Ciò che risulta più inquietante della vicenda Ranucci-Lavitola sono coloro che si indignano

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Sono quelli opachi, quelli che nascondono i messaggi scambiati con un prestanome di un clan della Camorra, quello che aveva nascosto la partecipazione in una società agli uffici del Senato a cui era tenuto a comunicarla, quella che ha una serie di pendenze giudiziarie per bancarotte, stipendi non pagati e contributi intascati indebitamente.
Per non parlare di Meloni che, per accontentare Marina Berlusconi, ha lasciato cadere nel vuoto il grido di allarme del Procuratore Antimafia Melillo che ha pregato di correggere la riforma Nordio Meloni sulle intercettazioni in quanto ha denunciato “un grave arretramento nella lotta alla Mafia”.
È una distorsione che dovrebbe scandalizzare perché Ranucci non è un indagato ma, secondo gli atti della Procura, è una vittima. Sì, possiamo pensare e dire che le amicizie così strette con certi personaggi siano state inopportune o ingenue o dettate dalla sicurezza di poterle gestire ma da qui ad assistere alla morale di chi ha disonorato le Istituzioni con azioni piene di ombre, ce ne dovrebbe passare.
Invece no, hanno la faccia tosta di parlare, giudicare e di pretendere che rotoli la testa di Ranucci perché, in realtà, è reo di aver fatto inchieste scomode.
Occasione ghiottissima questa dell’attentato in mano a gente più spregiudicata di un manipolatore le cui colpe cadono giuste giuste su un palinsesto sgradito al potere.
Il tutto per avere ancora più Cerni, più Sallusti, più Capezzoni. Più propaganda e meno verità. Più assoggettamento e sempre meno libertà.