Altro che platee semideserte per Matteo Salvini o comizi di Roberto Vannacci rinfoltiti con il grandangolo. Qui la gente viene. Come piene sono le mille feste organizzate da partiti e associazioni riconducibili alla sinistra.
Parchi e stand dove si mangia, si balla, si discute di problemi quotidiani. Quest’estate, sotto le insegne dell’Unità, ospite molto richiesto è Pier Luigi Bersani; tra le bandiere rosse, Ernesto Che Guevara affascina anche chi non perde la Messa della domenica.
In fondo, su alcuni temi c’è coesione ed è maturata consapevolezza: pace, diritti sociali e civili. Lo sdoganamento del fascismo ha rinvigorito, per rigetto, un senso d’appartenenza che la narrazione dominante aveva lungamente indotto a nascondere. La vecchia guardia del Pci ha scoperto proseliti nati dopo il tramonto su via delle Botteghe oscure, ma ispirati da Enrico Berlinguer. E s’è dovuto rivedere un certo apparato retorico, ché comunista non è più un’offesa.
Occorre, però, essere realisti. La fiamma tricolore arde sul governo più longevo della storia repubblicana. Il perimetro del Campo largo lacera l’opposizione. Mentre la sinistra extraparlamentare, magmatica, tende talvolta ad asserragliarsi.
«Siamo oggetto di maccartismo; banditi dal dibattito pubblico, ostracizzati come eterni antagonisti, incolpati d’avere favorito, per eterogenesi dei fini, Silvio Berlusconi», spiega Maurizio Acerbo, segretario nazionale di Rifondazione comunista: «Eppure siamo una marea. E colmiamo il vuoto di rappresentanza delle classi popolari».
Sull’onda di quanto accade altrove in Europa e Oltreoceano, falce e martello cercano di recuperare visibilità. Con circoli radicati nei territori ed esponenti nelle amministrazioni locali. «A Molfetta – prosegue Acerbo – il nostro candidato sindaco ha vinto in modo schiacciante. Una lezione. Rivendichiamo il passato, ricordando che quello italiano è stato il partito comunista più forte dell’Occidente, ma coltiviamo idee rivolte al presente e al futuro».
Del resto, «i modelli imposti dopo il 1989 si sono rivelati fallimentari. Il mondo è piegato da guerre, disuguaglianze, autoritarismi, catastrofe ecologica. Per fortuna, si sono sviluppati movimenti che contrastano il declino e con i quali il comunismo democratico è in sintonia; il nostro Paese sconta il revisionismo sul Novecento e la delegittimazione del Pci avallata pure da ex militanti».
Secondo Giuliano Granato, portavoce di Potere al Popolo, «l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni è in difficoltà. Incapace di affrontare la crisi, si dedica a manovre di distrazione». In effetti, si susseguono i casi montati o sfruttati ad arte.
Dal circo Barnum inscenato per il gioielliere Mario Roggero allo sciacallaggio sulla morte di Abderrahim Fakir nelle mani della polizia a Bologna, passando per la demonizzazione della protesta No Tav in Val di Susa. Poi lo scontro diplomatico con la Spagna e la tentata polemica con la Cgil a Marcinelle.
Tragicommedie, propaganda, figuracce internazionali. Intanto si fanno digerire le crepe nella maggioranza, le chat di Andrea Delmastro Delle Vedove negate ai pm, la marcia indietro di Carlo Nordio sul dossier Almasri. E la produzione frenetica di norme sulla sicurezza, in risposta a emergenze inesistenti o irrisolte. Perché le destre all’angolo imboccano sempre una strada: faide interne, repressione, criminalizzazione degli avversari. E della magistratura, alla faccia della batosta referendaria del marzo scorso.
Così, per riagguantare i delusi, si seminano opzioni via via più reazionarie. Operazioni di travaso dei consensi: vedasi Vannacci. «Il generale usa la demagogia fascista mischiata all’individualismo neoliberista – riprende Acerbo – come insegna Donald Trump, i ricchi polarizzano il racconto mediatico e indirizzano il malcontento verso un capro espiatorio. I poveri sperano di emergere dalla condizione di ultimi, premiando chi li tradirà. Appena insediato alla Casa bianca, il tycoon ha tagliato le tasse ai milionari… Ecco, costringiamo Vannacci a entrare nel merito dell’agenda economica; eviteremo che attiri il voto operaio».
Anche Granato stigmatizza «la mentalità veicolata soprattutto dalla tv e fondata sul razzismo. Basta pensare al concetto di remigrazione, alle varianti del motto “Make America great again”, per capire che non c’è promessa di futuro. Solo nostalgia. Perciò serve plasmare un linguaggio adatto a un’Italia nuova, resa dinamica da donne, giovani, migranti».
Un orizzonte a cui guardano Potere al Popolo e Rifondazione, assieme ad Anpi, Arci, sindacati di base e Cgil, sigle studentesche, femministe, cattoliche. Un’alleanza dal potenziale enorme, abbozzata dalla mobilitazione per Gaza.
«L’esperienza dei portuali di Genova nel bloccare le armi in transito – continua Granato – s’è innestata sull’indignazione dilagante che fremeva per uscire dall’ambito privato delle bandiere palestinesi alle finestre e trovare un’espressione di massa. Da lì, scioperi e cortei. Oltre alla Flottilla che ha fatto da catalizzatore grazie a un efficace metodo di comunicazione. La sensibilità sul genocidio s’è sedimentata. E la vendetta dello Stato con denunce e sanzioni per molti manifestanti mostra quanto le piazze spaventino».
Sull’azione da rilanciare concorda Acerbo: «Bisogna rompere gli accordi con Israele e riconoscere la Palestina». Sulla pace, illumina l’eredità di papa Francesco. «Respingiamo l’invio di armamenti e le strategie della Nato riguardo all’Ucraina. Ma chi ci accusa di sostenere Vladimir Putin, compreso quel centro che, invero, non segue la linea della Chiesa, mente e scredita milioni di persone d’accordo con noi».
Le stesse che firmano petizioni e proposte su misure di giustizia sociale. «I capisaldi sono sanità pubblica, reddito di cittadinanza, salario minimo, meno precarietà e tassazione dei grandi patrimoni». Mai arretrare sui princìpi, insomma: «Mantenere l’autonomia e agire da pungolo è fondamentale. Per questo, da 18 anni, siamo fuori dal Parlamento. Ora, però, la congiuntura è cambiata e non dobbiamo chiuderci nel risentimento per antichi torti o errori».
Il segretario ritiene «necessario un fronte costituzionale antifascista pronto a un accordo tecnico per sommare i voti alle prossime Politiche. Scongiurando che, con una legge elettorale golpista, Meloni rimanga a Palazzo Chigi per una scheda in più. Si finirebbe in un premierato di fatto, dove una minoranza sceglierebbe il presidente della Repubblica e governerebbe senza contrappesi. Alla sinistra serve un programma di base comune. È positivo che Elly Schlein apra ai 5S; ad attaccare Giuseppe Conte sono proprio coloro che hanno tirato la volata alla destra e tifato sì al referendum».
Anna Dichiarante



