TILT!

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Le mille luci si spengevano all’improvviso, i suoni allegri, colonna sonora dell’estate, tacevano in un istante.

Ed eccola, quella scritta, un allarme rosso che entrava in tackle sulla gioia: tilt. Game over, tutto finisce, non si gioca più. Le decine di amici e amiche assiepati attorno a quel diluvio di suoni e colori di colpo si allontavano, delusi. Dal tutto al niente, metafora della vita.

Andare in tilt. Ormai un idioma, un neologismo entrato nel nostro mondo dagli anni Settanta.

Tilt, come sospensione della logica, dell’ordine delle cose, una finestra che si spalanca sul caos, il mondo dalla luce al buio.

Tilt, quando spingevi troppo forte, per cercare di indirizzare quella meravigliosa biglia di acciaio lucido che ti illudevi di governare, ma che aveva una vita propria, una traiettoria ineluttabile che prima o poi planava in buca, decretando il tuo insuccesso.

Il flipper, per diversi anni, è stato il re della spiaggia, insieme al juke-box, la presenza consolatoria e immanente. Una liturgia da celebrare nello spazio vuoto tra il ghiacciolo, il panino incartato e il tuffo dal trampolino.

Pochi minuti di adrenalina, gli occhi febbrili che seguivano la pallina sbattere contro mille ostacoli da dieci, cinquanta o cento punti, quei bottoni laterali da schiacciare per rilanciare la palla su, e sperare nel fato.

Gli amici a fare il tifo, le ragazzine annoiate, a prendere tempo per pensare che cosa fare subito dopo. I “gozzoni” sempre più violenti, senza senso, fino a quella scritta che sanciva la fine: tilt.

Piccolissimi insuccessi di una vita che iniziava a correre. Il bagnino, il 21 settembre, staccava la spina del flipper e dell’estate. I sogni in tilt.

Giorgio Billeri