La povertà non è una colpa individuale

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È troppo facile giudicare chi è povero quando si ha la fortuna di non esserlo.

È facile pensare che chi fatica ad arrivare alla fine del mese non si sia impegnato abbastanza, non abbia fatto le scelte giuste, non abbia studiato o non abbia avuto abbastanza ambizione.

Ma la realtà è molto più complessa.

Se una pensione rimane sostanzialmente la stessa mentre il costo della spesa, dell’affitto, delle bollette e dei beni essenziali aumenta, è inevitabile che quella persona diventi più povera. Non perché abbia commesso una colpa, ma perché il suo potere d’acquisto si è ridotto.

E se una persona vive in affitto, non possiede una casa e non ha una rete familiare in grado di sostenerla, basta poco perché una difficoltà economica si trasformi in un dramma. Allo stomaco non si comanda. Le bollette non aspettano. L’affitto non aspetta. La fame non aspetta.

Pensiamo poi a un padre o a una madre di famiglia che perde il lavoro. Non tutti vivono nelle stesse condizioni, non tutti abitano in una regione ricca di industrie e opportunità, non tutti hanno le stesse competenze, la stessa salute, gli stessi contatti o le stesse possibilità di ricominciare.

Oggi ho visto un anziano rovistare nella spazzatura, mentre ero fermo al semaforo.
La mia prima reazione non è stata il disgusto. È stata l’empatia. È stato il rammarico per vedere una persona arrivare a quel punto. E mi ha fatto ancora più male vedere, negli occhi di alcuni passanti, qualcosa che assomigliava al disgusto verso quell’uomo.
Ma di cosa dovremmo provare disgusto?

Della persona che cerca qualcosa da mangiare?

O di una società nella quale un anziano può arrivare a rovistare nei cassonetti per necessità?

Dovremmo fermarci un momento prima di giudicare. E questo vale anche per chi ha idee politiche diverse dalle mie, anche per chi vota a destra e crede profondamente nel merito e nella responsabilità individuale. Il merito conta. L’impegno conta. Le scelte personali contano.

Ma non partiamo tutti dalla stessa linea di partenza. C’è chi nasce in una famiglia che può permettersi di mantenerlo agli studi, di aiutarlo quando perde il lavoro, di comprargli una casa o di sostenerlo quando attraversa un periodo difficile.

E c’è chi nasce in una famiglia che non può permettersi nulla di tutto questo.
C’è chi ha avuto la possibilità di studiare e costruirsi un futuro e chi ha dovuto iniziare a lavorare presto per aiutare la propria famiglia.

C’è chi eredita una casa e chi eredita soltanto debiti. C’è chi può permettersi di sbagliare e ricominciare e chi, dopo un solo errore, rischia di perdere tutto.

Quindi sì, responsabilità individuale. Ma anche responsabilità collettiva. Perché una società si misura soprattutto da come tratta le persone quando sono più fragili, non da quanto applaude chi è riuscito ad arrivare in cima.

La povertà non dovrebbe essere motivo di vergogna. Dovrebbe essere una questione politica, sociale e umana. E prima di giudicare una persona che rovista nella spazzatura, proviamo a chiederci una cosa: “Se fossi nato nella sua famiglia, avessi vissuto la sua vita, avessi avuto le sue opportunità e le sue difficoltà, sono davvero sicuro che oggi sarei diverso da lui?”

Forse la risposta ci renderebbe tutti un po’ più umani. Perché non siamo tutti uguali nelle condizioni di partenza. Ma dovremmo almeno essere uguali nella dignità.
Chi si trova in difficoltà economica, non è una persona sbagliata, lo è la società.

Vincenzo San