La sanità italiana è malata, chi (e perché) ha ucciso il sistema pubblico di cura

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Salvare il sistema sanitario pubblico è priorità etica, tutela della democrazia e opportunità politica.

Gli italiani capiscono finalità e modalità del degrado indotto del Sistema sanitario nazionale (Ssn): arrivare alla privatizzazione passando da continui favori al privato e sfregi al pubblico.

Un sondaggio mirato confermerebbe ciò che si rileva parlando con malati e familiari: consapevolezza delle cause e disponibilità di supportare forze che, pur politicamente lontane, credibilmente dimostrino la volontà primaria di salvare il Ssn. Un grande capitale politico pronto a essere impiegato.

Sanità, ma non per tutti: ora anche la classe media non riesce più a curarsi
Passaggi chiari

Il sistema è su un piano inclinato: senza svolte precise il collasso è inevitabile. Ecco i passaggi legislativi chiave che unitamente ad altri meccanismi di sfregio della sanità pubblica hanno trasformato in un colabrodo la diga che il monopolio del pubblico esercitava sul diritto naturale alla salute. Dopo De Lorenzo (1992) nel 1999 vi è un passaggio fondamentale con Bindi che integra i fondi integrativi con quelli sostitutivi.

Nel 2009 il Dm Sacconi/Berlusconi (rinforzato dal Jobs Act) fonda il secondo pilastro sanitario (simile a quello che sta disastrando il sistema sanitario Usa) creando il fondo sostitutivo con deduzione fiscale fino a 3.600 euro. Balduzzi (2012) taglia i posti letti nel pubblico del 22 per cento (3,1 per mille abitanti contro una media Ocse del 4,3) aumentando quelli del privato convenzionato. Permettendo una mutualità sostitutiva e non semplicemente integrativa lo Stato finanzia sistema pubblico e concorrente privato con la creazione di un fallimentare “welfare on demand”.

Il sottofinanziamento del Ssn fino a scendere attorno al fatidico 6 per cento del Pil è stata scelta di quasi tutti gli ultimi governi eccetto il Conte 2 col 7,5 per cento (incremento reale del 5,5).

Su un totale di 190 miliardi impiegati per la sanità, 46 sono out of pocket (maggiori del 20 per cento dei paesi Ocse) e 6,8 miliardi per fondi sanitari (17 milioni di iscritti in oltre 320 fondi) con incredibili costi di gestione (superiori al 30 per cento).

I restanti 138 miliardi dei fondi pubblici sono divisi fra strutture pubbliche e private convenzionate (questi ultimi in crescita costante, oltre il 45 per cento in alcune regioni). Le diverse politiche regionali hanno svelato che era pretesa da mosca cocchiera guidare il fenomeno senza deragliare verso la privatizzazione.

Per bloccare il machiavellico meccanismo di svuotamento della sanità pubblica non basta chiedere più soldi galleggiando sopra il 6 per cento del Pil (soglia minima stimata per mantenere in vita un sistema universalistico e che, certifica Gimbe, abbiamo già sfiorato nel 2025): lasciare il sistema intatto vuol dire riproporre ciclicamente e in maniera crescente la crisi attuale.

Giovanni Brandi