Lo sfregio del Cairo a Regeni: “Pace fatta tra noi e l’Italia”

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Un incontro istituzionale, con tanto di photo opportunity. Il racconto di «un rapporto pacificato». Eccolo l’ultimo tentativo egiziano prima della sentenza: fare pressione, condizionare il clima nel quale tra due settimane i giudici italiani dovranno decidere sui presunti sequestratori, torturatori e assassini di Giulio Regeni.

Il messaggio che il Cairo sta facendo passare in queste ore è semplice: la crisi è finita, i rapporti con l’Italia sono stati ricostruiti, il caso Regeni non è più un ostacolo tra i due Paesi. Una rappresentazione che Roma ufficialmente respinge ma che arriva nel momento più delicato possibile. E dentro la quale si inserisce un’altra vicenda, quella di Nessy Guerra.

La scorsa settimana Abdel Fattah al-Sisi ha ricevuto al Cairo il ministro degli Esteri Antonio Tajani. E sui media egiziani quell’incontro è diventato la certificazione della ritrovata normalità. C’è soprattutto un fatto: la commissione congiunta egiziano-italiana ad alto livello è tornata a riunirsi per la prima volta dopo dieci anni.

Di fatto, dalla morte di Giulio. L’ambasciatore egiziano in Italia, Bassam Radi, l’ha definita il «coronamento dei grandi sforzi compiuti dalle due parti negli ultimi anni».

La lettura rilanciata al Cairo è ancora più esplicita: la crisi aperta nel 2016 dall’uccisione del ricercatore sarebbe ormai superata. La tempistica non è passata inosservata alla famiglia Regeni.

I genitori di Giulio hanno sempre sostenuto che, davanti alla mancata collaborazione egiziana sull’omicidio del figlio, l’Italia avrebbe dovuto interrompere i rapporti diplomatici con il Cairo. Veder riaprire proprio adesso, alla vigilia della sentenza, il principale tavolo politico ed economico tra i due Paesi non può essere considerato un passaggio qualsiasi.

E poi c’è Nessy Guerra. Italiana, originaria di Sanremo, da circa tre anni è bloccata in Egitto insieme alla figlia, oggi di tre anni. Dopo la separazione dall’ex marito italo-egiziano, Tamer Hamouda, l’uomo ha ottenuto dalla giustizia egiziana il divieto di espatrio per la bambina fino ai 21 anni.

Guerra ha denunciato ripetutamente minacce dell’ex marito ed è arrivata a vivere nascosta, insieme alla figlia e ai propri genitori. Nel febbraio scorso è stata condannata a sei mesi per adulterio proprio in seguito a una denuncia dell’ex marito; ad aprile la condanna è stata confermata in appello.

Ora teme il carcere e, soprattutto, che la bambina possa essere affidata al padre. La Farnesina segue il caso da mesi e Tajani ne ha parlato direttamente con il ministro degli Esteri egiziano. Una storia sulla quale la nostra diplomazia e intelligence si sta muovendo con grande delicatezza. E che rende particolarmente delicato ciò che sta accadendo in queste settimane.

Perché da una parte c’è una cittadina italiana che chiede al proprio Paese di poter tornare a casa con sua figlia e la cui sorte è nelle mani delle autorità egiziane; dall’altra c’è un processo nel quale lo Stato egiziano ha fatto di tutto per impedire che quattro suoi uomini arrivassero davanti ai giudici. Nessuno, è la preoccupazione, pensi di mettere le due vicende sullo stesso tavolo.

In mezzo ci sono interessi enormi. Sisi ha chiesto di dare attuazione ai risultati della commissione su commercio, investimenti, energia, trasporto marittimo, agricoltura e turismo e ha invitato Giorgia Meloni al Cairo. Tajani ha ricordato che le esportazioni italiane verso l’Egitto sono cresciute del 17 per cento negli ultimi sei mesi. Poi c’è l’immigrazione, dossier sul quale il governo considera il Cairo un interlocutore fondamentale.

È questo lo scenario nel quale tra due settimane arriverà la decisione del tribunale di Roma. Sul banco degli imputati ci sono quattro uomini della National Security egiziana. Il processo può stabilire per la prima volta in una sentenza che uomini degli apparati di sicurezza del regime di Sisi sequestrarono, torturarono e uccisero un cittadino straniero. È esattamente il punto che il Cairo ha cercato per anni di evitare, prima ostacolando le indagini e poi impedendo di fatto la notifica degli atti agli imputati. È stato necessario l’intervento della Corte costituzionale perché il processo potesse andare avanti anche in loro assenza.

Giuliano Foschini