La categoria della Russia come minaccia esistenziale rientra in una militarizzazione del pensiero che indica l’entrata nell’alveo di una condizione di guerra. Il suo impiego vagamente schmittiano comporta la perdita di ruolo della politica, che scivola in prossimità del duro terreno dell’inimicizia militare.
Interroga molto questa conversione bellica dell’agire, che reclama la confisca dei beni, chiude centri culturali e impone il silenzio ai musicisti.
L’accelerazione armata non viene sollecitata dai fanatici delle milizie fondamentaliste o dai cascami residuali di antiche ideologie. La banalità della trincea è diventata l’habitus dei liberali, dei tecnocrati, degli uomini d’affari, degli opinionisti.
Sono i pragmatici, i razionali, i moderati immuni al populismo, i tecnici lungimiranti e i letterati più rispettabili a sognare la dolce morte, non le teste calde che si arrovellano tra i pensieri più nascosti e inconfessabili.
Sono i cacciatori dei nemici della società aperta ad aver consegnato i loro pensieri al fragore delle bombe. I liberali europei censurano la Biennale, i politici festeggiano quando a un pianista russo è proibito esibirsi, le penne vendono l’espressione insulsa di “forgiare” l’europeo nuovo, con l’elmetto pronto per gettarsi dinanzi alla tempesta e all’assalto.
In troppi hanno introiettato per intero l’ideologia della guerra elaborata dall’ampio meta-partito armato (media, industrie militari e ceti politici fiancheggiatori).
A tutta pagina Repubblica del 2 settembre titolava “La guerra di Putin all’Europa”. Il giorno dopo, la stessa immagine di uno stato di emergenza bellica è proposta dal quotidiano Domani. Il politologo norvegese Glenn Diesen nel 2022 ha pubblicato una monografia dal titolo Russophobia, dedicata alla tecnica della propaganda che, per accelerare il conflitto, prepara identità binarie e stereotipi per aggredire la malattia mortale insediata al Cremlino.
La narrazione dei media, “con le varie sfumature di grigio per dicotomizzare l’Altro”, inventa un mondo rovesciato. Non è l’Europa a essere co-belligerante, con i governi liberali che diventano gli architetti di una lunga guerra per procura, ma è Mosca a offendere la sovranità del vecchio continente.
Con sabotaggi, provocazioni, droni vaganti, interferenze nei giochi elettorali che giustificano le elezioni per incapacità popolare, i maghi del Cremlino sondano la reattività delle risposte della Nato e i tempi delle strategie di Bruxelles.
Destinando armi e risorse a sostegno della resistenza di Kiev, la Commissione europea è in realtà parte attiva del dramma che ormai stuzzica troppi appetiti. I macabri interessi diffusi fanno oscillare pericolosamente sino a camminare verso l’abisso.
Il suicidio dell’Europa è aggrappato all’idea di interrompere ogni progetto di futuro, di arretrare nelle innovazioni, di arrancare nell’intelligenza artificiale, di retrocedere nell’apparato industriale per conferire priorità all’incombenza di combattere una guerra di ieri.
Il tardivo colpo di coda del 2022, ordinato per risolvere le diatribe territoriali dell’impero decaduto, viene interpretato dall’élite dei volenterosi come l’inaugurazione di una cesura di sistema da affrontare con una guerra santa tra metafisica della libertà e malattia dell’autocrazia.
Eppure la guerra speciale di Putin utilizza lo specchietto retrovisore dinanzi all’inopinato scenario della ricollocazione militare di Paesi che componevano la stessa Unione Sovietica (la Georgia, che viene indicata come parte integrante dell’Europa, è la patria di Stalin; l’Ucraina ha espresso ben tre segretari generali del Pcus).
Passando all’altro campo delle alleanze, ex componenti dell’“impero del male” creano uno squilibrio nelle relazioni di potenza tale da determinare oggettivi problemi di sicurezza.
Il principio astratto per cui la libera determinazione di ciascun Paese può condurre alla lecita adesione a un blocco militare non ha mai dominato per intero l’ordine internazionale.
L’altro elemento, cioè la considerazione dei rapporti di forza per far valere le esigenze di non sconvolgere equilibri delicati tra le potenze, ha sempre scandito la politica mondiale.
Peraltro, i sondaggi condotti in Ucraina fino alla vigilia del conflitto davano per minoritaria la propensione alla mutazione delle alleanze. Su questo tema caldo si è giocato uno scontro persino di rilevanza costituzionale, che rispecchiava le opposte pressioni cui la novella repubblica era sottoposta.
La sicurezza, assunta come bene indivisibile nelle relazioni internazionali, viene lacerata da un allargamento unidirezionale della Nato.
La Russia ha sfidato il sistema, che però era già stato infranto da una penetrazione occidentale poco rispettosa degli impegni a non umiliare una potenza in difficoltà e delle esigenze di rassicurazione circa lo status spettante a Mosca come potenza nucleare.
Sulla base dello scambio consumo-divisa, l’asse euro-atlantico ha conquistato pericolosamente gli spazi un tempo nemici. Una delle ultime trovate della Baronessa è la ricerca di una linea caucasica verso Oriente come ennesima occasione per sobillare territori caldi e aizzarli contro la pax russa.
L’allargamento Nato, ottenuto non con la mano militare diretta ma attraverso la mediazione del miraggio del consumo garantito dall’euro, non può lasciare a lungo indifferente la potenza in letargo dopo l’implosione.
Il circolo umiliazione-risentimento è destinato a riattivarsi con la somministrazione di reazioni prevedibilmente cruente.
Se le classi dirigenti d’Occidente pensavano davvero che le loro basi missilistiche potessero abbaiare verso Mosca da ogni postazione geografica, senza che questa esposizione massiccia di bombe stimolasse un recupero di dignità da parte della leadership di una superpotenza atomica al momento inginocchiata, andrebbero perseguite per manifesta malformazione intellettuale.
La follia, però, non costituisce diritto, ammoniva Rousseau. E nemmeno può tracciare rapporti politici durevoli. L’ebbrezza della vittoria ha scavato attorno alla Russia un vuoto che, dal 2014, con colpi di Stato dinanzi a presidenti sgraditi e cenni di guerra civile divampati sotto la regia occidentale, rivela una chiara metamorfosi delle relazioni Oriente-Occidente.
La nuova cortina di ferro, edificata per richiudere l’orso siberiano e relegarlo in una situazione di impotenza permanente, non poteva reggere dinanzi al mutamento dell’ordine internazionale.
Dopo la grande crisi della globalizzazione scoppiata nel 2007, l’economia mondiale, con l’emersione di nuove capitali delle ricchezze delle nazioni, ha mandato in frantumi il progetto dell’imperialismo liberale. In un saggio del 2024 (The Ukraine War and the Eurasian World Order) Diesen riflette sulla “transizione verso un ordine mondiale westfaliano multipolare con caratteristiche eurasiatiche”.
Il sonnolento Biden ha interpretato i nuovi equilibri mondiali come un’opportunità per far pesare la residuale supremazia americana, che resta visibile nelle tecnologie militari.
La generalizzazione delle scaramucce era propedeutica al fine di resistere all’eclisse inarrestabile sul terreno economico-commerciale.
Non attivandosi per interrompere la cronaca di una guerra annunciata, l’amministrazione democratica ha caricato di un plusvalore etico-politico lo scontro con “il macellaio Putin”, il criminale di guerra, l’Hitler redivivo.
Le moribonde culture liberali europee hanno preso sul serio la propaganda della Casa Bianca e hanno accelerato il loro declino. L’Europa è stata risucchiata in una disputa totalizzante che appartiene solo al passato.
L’effetto della criminalizzazione del nemico è la cacciata della Russia dall’Europa e la costruzione di un asse russo-cinese che poco conveniente pare agli occhi degli interessi strategici americani.
Per questo sapore molto antico della trincea orientale, Trump si sfila, lascia declinare in solitudine l’inadeguata classe politica liberale, cui imputa la responsabilità di aver consegnato Mosca a Pechino.
La metamorfosi del progetto europeo è del resto racchiusa in un dato simbolico inequivocabile: i tre dicasteri chiave della coalizione Ursula sono affidati ai tre minuscoli Stati baltici.
Tocca proprio a entità minuscole e risentite dettare la linea economica, di difesa e di politica estera. Non è la vecchia Europa che diffonde la civiltà liberale nella steppa o nel Baltico.
È piuttosto la propaggine del nazionalismo, aggrappato a complicità con i regimi degli anni Trenta e Quaranta, a occupare il cervello politico-strategico dell’Ue.
Il ceto politico liberale converte la funzione originaria dell’Unione nella tardiva polizia che serve per sbrigare le pratiche arcaiche della de-sovietizzazione.
Il novello Re Sole, prima di abbandonare l’Eliseo, insegue l’ebbrezza della trincea, non vede alcuna luce per il negoziato. Come caporale di giornata dei volenterosi, ha invocato il più abbondante prelievo di sangue. Lo ritiene un tonificante della vecchia Europa.
Alla sfilata del 14 luglio ha concesso un posto d’onore alla mimetica petulante di Kiev, che offre ovunque altre vite per ricevere in cambio nuove armi. I giovani delle sue città insorgono, vogliono fuggire dal reclutamento coatto.
La République esorta però le leve ucraine a rimanere al fronte. La carne da macello serve e occorre accumulare altre vittime. Presto, se la coalizione della Baronessa non verrà travolta dai popoli, toccherà anche all’Occidente contare i cadaveri.
Intanto il Corriere titola con un lugubre entusiasmo: “Così l’Ucraina sta insegnando al mondo la nuova arte della guerra”. È la pratica più antica, quella di uccidere l’altro, ma il fuoco manda in estasi la pattuglia di via Solferino. L’unico schiaffo alla caserma bellicista è venuto dal fresco premier bulgaro. Fiutata l’aria di zolfo, ha tirato la corda. Ha accusato i volenterosi di una folle esaltazione per gli anfibi. Per questo ha chiesto di avviare trattative politiche serie con Mosca.
Michele Prospero – lafionda.org



