Quando il Made in Italy non era uno slogan, ma una fabbrica

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A Varese c’era un uomo che si chiamava Giovanni Borghi.

Non parlava di startup, non faceva personal branding e probabilmente non avrebbe saputo cosa fosse un algoritmo.

Costruiva.

Dalla sua officina nacque Ignis, destinata a diventare uno dei grandi nomi dell’industria italiana del dopoguerra.

Erano gli anni in cui frigorifero e lavatrice stavano entrando nelle case e cambiavano qualcosa di molto più importante della tecnologia: cambiavano il tempo delle persone.

Conservare il cibo più a lungo.
Fare il bucato con meno fatica.
Liberare ore di lavoro domestico.

Borghi intuì che l’elettrodomestico non sarebbe rimasto un privilegio per pochi. Doveva diventare un oggetto quotidiano, accessibile a milioni di famiglie.

E Ignis crebbe insieme a quell’Italia che usciva dalla guerra, produceva, esportava e cominciava a credere di poter competere con il mondo.

Oggi apriamo il frigorifero senza pensarci.

Forse è proprio questo il destino delle grandi rivoluzioni:
quando hanno davvero cambiato la nostra vita, smettiamo persino di accorgercene.

Frenkie Woody