Il 19 settembre, a Formello, Tajani ha spiegato quale donna sposerebbe suo figlio: meno appariscente e con la gonna più lunga, perché più affidabile. Per me è una scemenza sessista, e chiudo qui il discorso.
Non è la prima volta. A marzo, dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, Tajani aveva consigliato agli italiani a Dubai di rifugiarsi nei garage e non affacciarsi alla finestra se vedevano droni. Anche quella frase aveva fatto il giro dei social per giorni, tra meme e ironia.
E qui viene la parte che mi interessa davvero. Ogni volta la stessa sequenza: opposizione indignata, hashtag a raffica, e tre giorni dopo se ne parla già di qualcos’altro. Io un post indignato su Tajani non lo scrivo, perché il problema vero non è lì.
Il problema è che l’Italia non ha una linea di politica estera riconoscibile. C’è Giorgia Meloni, che parla con Trump e con i leader europei, ma dietro di lei non c’è una posizione del paese, c’è un allineamento deciso caso per caso.
Cambia il ministro, cambia la gaffe di turno, e il paese resta comunque irrilevante nelle stanze dove si decide davvero qualcosa.
Nella Prima Repubblica, con tutti i suoi difetti, i ministri degli Esteri italiani pesavano.
Andreotti trattava con Arafat quando nessun altro leader occidentale lo faceva. Craxi si è preso il rischio di uno scontro con Washington sulla vicenda Sigonella. Non erano irreprensibili, ma il mondo li prendeva sul serio.
Le gonne di Tajani si dimenticano in tre giorni. L’irrilevanza della politica estera italiana no, quella resta lì tutto l’anno, e su quella andrebbe scritto molto più spesso di quanto si faccia



