C’è un video di ieri che ha fatto il giro del mondo, un video strepitoso in cui Trump si agita come una marionetta, sta inaugurando la ristrutturazione della postazione elicotteristica della Casa Bianca con il solito orgoglio dell’immobiliarista-costruttore, intorno al nastro cerimoniale si affollano festanti due dozzine di lavoratori in gilet giallo d’ordinanza e un paio di funzionari in grigio, la scena è decisamente surreale, il presidente muove le labbra ma non si sente niente, l’audio è sospeso dal broadcaster che protesta per l’esclusione di alcune testate del pool giornalistico che segue la presidenza, Trump infatti le considera ostili, fake, e al posto del discorsetto c’è un rullo di tamburi in segno di protesta, così il dispotismo ammutolito, il boicottaggio boicottato, la censura censurata, offrono lo scenarietto parodistico di cui parlava Orwell quando attribuiva al Grande Dittatore di Chaplin il merito di mostrare che i tiranni sono in realtà dai vermiciattoli.
Impagabili nel video le faccine dei cortigiani, il gioco muto delle enormi forbici che tagliano il nastro in mezzo a un balletto di mani che le agguantano, le labbra inutilmente mobili del re, gli applausi di convenienza che premiano frasi indistinguibili soffocati dallo sfondo sonoro tambureggiante in segno di parodia e di sfregio.
La presidenza Trump è il più grande spettacolo del mondo, come diceva l’autodefinizione del Circo Barnum, affollamento, rumore, caos, indisciplina orchestrata, istinto, freaks, un tocco di follia, una mescolanza di politica grottesca, ipertelevisione, lotta greco romana.
Trump ha sense of humour, certo, basta pensare a quando, ricevendo Mamdani nello Studio ovale, gli suggerì di rispondere a un giornalista che gli domandava se continuasse a considerare il presidente un fascista: “Digli di sì, dai, è più facile”.
Il talento del surrealismo comico, alla Monty Python, è la ripetizione, l’improvvisazione, lo spiazzamento, gli sketch che entrano uno nell’altro, e da questo punto di vista Trump giganteggia sul palcoscenico globale. Il suo comportamento esagerato obbliga chi lo guarda seriosamente alla figura della bella statuina conformista.
La condizione folle e buffa del Barnum permanente è l’unica sostanza semantica che ci divide da una apocalittica distruzione della più antica democrazia costituzionale della terra. Lui tenta di silenziare stampa e tv, strappa i badge dei corrispondenti, ma non ce la può fare perché c’è un giudice che glielo impedirà, e comunque otterrà in cambio della protervia l’irrisione, il boicottaggio solidale da parte di tutti gli editori news, anche della destrorsa Fox.
Ma il fatto di non potercela fare non vuol dire che non si possa provare e istillare nell’ordinario e straordinario del linguaggio di legno delle istituzioni l’ebbrezza del comico, dello svirgolato, dell’incredibile, così se l’istinto gli dice, al re nudo, di fare un ballroom e poi un arco di trionfo ripieno come un bon bon di droni e di snipers e di esplosivo, ecco fatto, ecco trovato l’abito di sartoria che riveste il re ubuesque e gli consente di intrattenere potenti e popolo per le prossime due o tre ore.
Giuliano Ferrara



