«Quella dei femminicidi è una storia che continua a ripetersi seguendo dinamiche drammaticamente simili: un ex che uccide, un uomo che non accetta di perdere il controllo. Credo che alla base ci sia ancora una sacca resistente di cultura del possesso, una mentalità avvelenata e velenosa che troppo spesso viene raccontata come un improvviso raptus di follia.
Ma se il copione continua a essere lo stesso, non possiamo limitarci a parlare di follia. Dobbiamo riconoscere che esiste un problema culturale.
Quante volte, davanti a questi casi, sentiamo descrivere l’uomo come una persona tranquilla, un bravo vicino di casa o un padre affettuoso? Eppure quella stessa persona può arrivare a dire a una donna: “Ti tolgo tutto, anche i figli. Non devi avere più niente. O me o nessun altro. O sei mia o di nessuno”.
È qualcosa di impressionante e credo che dovremmo parlarne continuamente. Il rischio, invece, è che queste storie diventino una sorta di rumore di fondo. Le ascoltiamo al telegiornale mentre prepariamo la cena e, quasi senza rendercene conto, rischiamo di abituarci. Non possiamo permettere che accada.
Per me una delle chiavi fondamentali è l’educazione. Bisognerebbe cominciare fin dall’infanzia insegnando l’affettività, il rispetto di sé e quello degli altri. Crescendo, questo percorso dovrebbe comprendere anche l’educazione sessuale e affrontare il rapporto con il corpo, l’identità e la parità.
Trovo scandaloso che un’educazione di questo tipo non sia ancora prevista dal ministero. Se vogliamo davvero cambiare qualcosa, dobbiamo intervenire alla radice e insegnare che l’amore non significa possedere qualcuno, che nessuna persona ci appartiene e che il rispetto deve essere alla base delle relazioni.
Non possiamo continuare ad aspettare che l’ennesima tragedia diventi una notizia per poi lasciare che venga dimenticata. Se il problema è culturale, è proprio dalla cultura e dall’educazione che dobbiamo cominciare a costruire un cambiamento



