Fiscal drag significa letteralmente “trascinamento, drenaggio fiscale”: è l’aumento delle imposte che può verificarsi quando stipendi e pensioni crescono per compensare l’inflazione, mentre le soglie e le detrazioni dell’Irpef non vengono adeguate ai prezzi.
Il reddito sale sulla carta, ma non necessariamente nel potere d’acquisto. E questo mentre il contribuente può ritrovarsi a pagare più tasse.
È per questo che il fiscal drag viene definito una “tassa invisibile”. Non nasce da una nuova aliquota o dall’innalzamento delle attuali, ma dipende dall’incontro tra l’aumento nominale dei redditi e le regole del prelievo fiscale rimaste ferme.
Immaginiamo una lavoratrice con un reddito imponibile di 28mila euro annui. Riceve un aumento del 3% per recuperare il rincaro dei prezzi e arriva a 28.840 euro. Se anche i prezzi sono cresciuti del 3%, quell’aumento serve a mantenere il suo potere d’acquisto, non a renderla più ricca.
La soglia Irpef dei 28mila euro, però, resta dov’è. In base alle aliquote in vigore nel 2026, gli 840 euro che la superano ricadono nello scaglione tassato al 33%, anziché in quello al 23%. Limitandosi alle aliquote, la differenza è di 84 euro rispetto a un’ipotetica soglia aggiornata nella stessa misura dei prezzi.
Il calcolo reale della busta paga dipende anche dalle detrazioni e dalle altre regole applicabili, ma l’esempio mostra il meccanismo: una parte dell’aumento destinato a recuperare l’inflazione viene assorbita dal Fisco.



