L’Italia è già entrata “nella campagna elettorale e nel mercato dei voti tutto si blocca, ma il mondo non aspetta l’Italia.
Le guerre stringono le nostre frontiere meridionali e orientali, chiudono i nostri inaggirabili corridoi da e verso il mondo., i partner di riferimento soffrono di crisi profonde, tali da metterne in questione il futuro, a cominciare dal protettore strategico: gli Stati Uniti d’America.
La guerra con l’Iran rivela che ospitare basi a stelle e strisce sul proprio territorio può invitare nemici o provocatori a colpirle anche se lo Stato in questione non ha vertenze con l’avversario di Washington. Qualsiasi sobria analisi del nostro strumento militare e dello spirito nazionale invita a pregare di non cadere nella tentazione di avventure che non potremmo affrontare. Sulle guerre non abbiamo influenza, ma queste influenzano noi, eccome.
Non va meglio nel contesto europeo. Ognuno per sé, nessuno per tutti. Dopo la seconda guerra mondiale non si è mai vista dilagare con tanto furore l’onda dei nazionalismi estremi, dei particolarismi, delle xenofobie al limite del razzismo, talvolta oltre.
Tutti i nostri riferimenti storici sono impegnati a spegnere gli incendi che ne anneriscono le pareti di casa e ne infuocano l’aria: Inghilterra, Francia, soprattutto Germania, garante di ultima istanza del nostro debito fuori controllo, vera limitazione della nostra sovranità.
Il (nostro) tessuto economico e sociale è infragilito, sofferente, certo non curabile con gli estemporanei cerotti del governo Meloni. Queste crisi finiscono prima o poi per rovesciarsi sulle istituzioni largamente delegittimate. Ciò che resta della nostra democrazia è sotto schiaffo. Ma il pericolo più grave resta la rimozione della guerra, rinunciando a fare il nostro per spegnerla.
Eppure siamo coinvolti sul fronte russo-ucraino come in quelli mediterranei e mediorientali, sia pure sotto la soglia dello scontro diretto che per noi equivarrebbe al disastro.
Lo siamo a prescindere, perché nel mondo intorno a noi comanda la guerra. Mentre abbiamo incredibilmente rinunciato all’unico strumento di cui disponiamo, o dovremmo disporre: l’iniziativa diplomatica. Quasi fossimo superpotenza militare capace di deterrenza autonoma.
Il pericolo è che ancora una volta politica e istituzioni mettano la testa nella sabbia. Aspettando che passi la nottata. Ma il tempo è contro di noi perché tutti i dati strutturali, a cominciare da demografia, biologia e coesione sociale, segnano rosso. Se stai fermo caschi all’indietro.
Toccherebbe agire. Un paese meno inconsapevole discuterebbe con urgenza le misure strutturali che si impongono in questa crisi esistenziale. Prima che diventi fatale. Niente tabù e niente isterie. Come si deve nelle emergenze. L’abitudine a procrastinare, sperando nel mitico Stellone, equivale in questo contesto a tentato suicidio”.
Lucio Caracciolo su Limes



