Il golpe bianco di Washington

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Perché serve coraggio nel dire la verità?” È questa la domanda che Navi Pillay ci ha restituito, stupita e sorpresa, subito dopo aver avuto notizia che le era stato assegnato il premio Nobel per la pace, tra applausi e accuse polemiche.

La giurista sudafricana che ha guidato l’Alto Commissariato Onu per i diritti umani e la commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite su Israele e Gaza ha ricevuto il Nobel “per i suoi sforzi nel promuovere la pace e il diritto internazionale con eccezionale coraggio e integrità”, e nel garantire “che crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio siano perseguiti, dimostrando che un mondo senza lo Stato di diritto è ingiusto, sconsiderato e disumano”.

La reazione di Trump e Netanyahu è stata durissima, con la denuncia “dell’odio dichiarato di Pillay verso l’America e Israele” e la condanna di un riconoscimento che legittima “l’odio e i pregiudizi” contro lo Stato ebraico
M a la vera risposta è arrivata ieri dal presidente americano, poche ore dopo la telefonata con Putin presentata dalla Casa Bianca come “un successo” perché ha sbloccato le forniture di gasolio russo al mercato statunitense, consentendo di abbassare i prezzi dell’energia a poche settimane dal test cruciale delle elezioni di midterm. Sembrava che in cambio il Cremlino si accontentasse di incassare la fine delle sanzioni al diesel russo e l’interlocuzione diretta, ormai costante a garantita tra Putin e Trump. Ma ieri il governo americano ha svelato la posta in gioco, altissima, e il vero cuore dell’intesa tra i due presidenti: la fine di Volodymyr Zelensky, attaccato personalmente da Trump, accusato di essere il vero ostacolo alla pace, e spinto ad andarsene, come chiede da tempo Putin. “È arrivato il momento che l’Ucraina abbia un nuovo presidente — ha detto Trump — un nuovo leader che stringa un’intesa. Per non so quale ragione Zelensky non fa mai accordi, avrebbe avuto molte occasioni ma vuole creare problemi. È meglio che la smetta di colpire le raffinerie russe, danneggiando il mondo e i nostri agricoltori”. Siamo davanti a un inedito: l’America che abbandona un Paese alleato sotto attacco, invaso e in guerra, e si schiera apertamente a fianco dell’aggressore russo, cambiando clamorosamente fronte mentre ufficialmente il Cremlino è ancora sotto sanzione da parte del mondo occidentale e atlantico, impegnato da quattro anni a sostenere l’Ucraina e il suo presidente.

Ora quel presidente è nudo, isolato, esposto in patria e fuori: non può durare sotto l’attacco congiunto dei missili di Putin e delle minacce di Trump. Nel volgere di un giorno, mentre i due imperatori concordavano il piano, il suo principale alleato è diventato il suo pubblico accusatore, facendo propri i giudizi di Putin e rilanciando i suoi auspici. Zelensky aveva capito che stava perdendo il sostegno americano già venerdì, quando ha scoperto l’accordo sul gasolio di cui non era stato minimamente informato, perché era stato negoziato alle sue spalle. Aveva reagito ribellandosi, inutilmente: “I regali a Putin non porteranno né pace né alcun beneficio al mondi civilizzato. Qualsiasi allentamento delle sanzioni senza un accordo di de-escalation è un’evidente debolezza”. Ma i due presidenti erano già oltre, e il vero regalo di Trump a Putin prevedeva il sacrificio politico del leader di Kiev, che ieri si è compiuto con il suo pubblico abbandono, l’invito ad andarsene, l’annuncio della necessità di un cambio al vertice ucraino, e il marchio d’infamia che lo trasforma da combattente per la libertà del suo popolo in ostacolo alla pace.

Viene così a compimento la vera strategia imperiale di Trump e si scioglie l’ambiguità americana che aveva visto il presidente Usa impegnato a umiliare Zelensky sotto gli occhi del mondo nel loro primo incontro alla Casa Bianca, per poi correggersi faticosamente in un sostegno riluttante, ereditato e non scelto, inevitabile ma sgradito, centellinato e mai convinto. La riserva di Trump sulla strategia occidentale di aiuti all’Ucraina era evidente e costante: ma non era mai arrivata al punto di chiedere un cambio di leadership, con lo spettacolo inconcepibile del presidente americano che realizza la strategia del presidente russo, spodestando un suo alleato e cambiando spalla al fucile. Adesso tutti i negoziatori impegnati nei colloqui di Miami, con Witkoff, Kushner, gli inviati di Gran Bretagna, Francia e Germania, i rappresentanti della Nato e della Ue guarderanno la sedia vuota di Zelensky, domandandosi chi parlerà per l’Ucraina, con quale strategia, con quali alleanze, con quale forza. Stiamo assistendo in diretta ad un golpe bianco in piena regola, con Putin che può permettersi di tacere e aspettare che Trump agisca per suo conto e nel suo interesse, completando l’opera.

Naturalmente su questa svolta clamorosa della crisi pesano anche le nostre responsabilità di occidentali, di europei, di democratici. La nostra tiepidezza crescente nei confronti della resistenza ucraina ha senza alcun dubbio contribuito a indebolire Zelensky, a isolarlo, facendogli il vuoto intorno e svuotando di significato la sua leadership: nello stesso tempo nelle nostre società è cresciuto un fastidio per la guerra altrui pronto a scambiare le ragioni dell’aggressore per le ragioni della pace, mentre l’onere di accettare le condizioni del nemico via via lo abbiamo caricato sulle spalle del più debole, mai del più forte. In questo modo abbiamo giocato la nostra piccola parte nella tragedia, preparando l’atto finale, da comprimari infedeli ai nostri doveri e ai nostri princip

Ecco perché oggi la campana d’allarme a Kiev suona anche per noi, mentre la motivazione del Nobel ci raggiunge come una pietra d’inciampo. Fatte tutte le differenze, infatti, “promuovere la pace e il diritto internazionale per garantire che crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio siano perseguiti, dimostrando che un mondo senza lo Stato di diritto è ingiusto, sconsiderato e disumano” non può valere solo per Gaza: ma deve valere anche per l’Ucraina, obbligando tutti noi (e soprattutto la sinistra che innalza la bandiera della democrazia) a non chiudere gli occhi. Ecco quel poco coraggio che serve, nel dire la verità.

EZIO MAURO