D’Attorre: sinistra e popolo, è ancora lunga la strada dell’alternativa

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Dattorre

L’illusione più consolatoria che continua ad attraversare larghi settori dell’opposizione di centro-sinistra, a più di un anno dall’esito delle elezioni politiche, è che in fondo il 4 marzo sia stato una parentesi e che il fallimento dell’azione del governo Lega-M5S sia destinato a produrre in tempi più o meno brevi un ritorno alla situazione politica precedente. Basterebbe perciò aspettare, limitandosi a stigmatizzare i guasti dei cosiddetti ‘sovranisti’ e ‘populisti’, per riconquistare buona parte dei voti perduti. Lo stesso ricorso ossessivo a questi termini (con cui peraltro i vincitori delle elezioni sono ben contenti di essere qualificati!) è in realtà un clamoroso autogol, perché aiuta Lega e M5S a mantenere agli occhi dell’elettorato, perfino adesso che sono al governo, la caratterizzazione anti-sistema e anti-establishment, che è stata la ragione principale del loro successo.

Per la verità, l’aspetto più preoccupante è che dietro questi grossolani errori comunicativi si cela qualcosa di più rilevante, ovvero un’incomprensione o forse persino una rimozione del significato profondo del voto del 4 marzo. Quella che è manifestata, fortunatamente solo per via elettorale, è stata – per utilizzare un’efficace espressione adoperata da Massimo D’Alema in un recente seminario di Italianieuropei – una rivolta popolare, in cui si sono espresse domande di protezione, di giustizia sociale e di sovranità popolare, che negli anni successivi alla grande crisi finanziaria del 2007-8 non hanno trovato alcuna risposta nelle politiche economiche italiane ed europee. Il punto fondamentale, che una parte ancora abbastanza ampia del ceto politico del centro-sinistra continua a non voler riconoscere, è che il fallimento del governo non cancellerà le domande alla base di questa insorgenza popolare. Ne deriva che nessuna alternativa di governo avrà la forza necessaria se non riuscirà a riconnettersi almeno a una parte significativa di queste istanze.

Diversi studiosi hanno parlato di ‘momento Polanyi’ a proposito dell’attuale fase storica, riferendosi a una delle tesi più note dell’autore de La grande trasformazione: ciclicamente si ripresentano passaggi storici in cui gli effetti disgregativi e destabilizzanti del mercato capitalistico giungono a un punto tale da generare una reazione nella società, che a quel punto richiede la protezione dello Stato. Più che negli allarmi rispetto a un incipiente nuovo fascismo, l’analogia con gli anni trenta del secolo scorso trova qui un suo fondamento di validità. Allora, dopo la grande crisi del 1929, la richiesta di protezione della società dal mercato trovò non solo la risposta dei totalitarismi fascisti in Europa, ma anche quella democratica e progressiva del New Deal rooseveltiano oltreoceano. Nell’attuale congiuntura storica il rischio è che sia in campo solo la risposta regressiva della nuova destra, che, da Trump a Salvini, produce peraltro, al netto della retorica sovranista e protezionista, solo un movimento di falsa contestazione dell’ordine economico neo-liberale. Movimento che finisce in realtà per acuire squilibri e ingiustizie del capitalismo finanziario, a partire dalla politica fiscale e ambientale.

n Italia la rivolta popolare del 4 marzo ha prodotto un governo che, nel giro di meno di un anno, è stato egemonizzato in maniera impressionante dalla destra leghista. Ancora più preoccupante è che questa egemonia si sia consolidata proprio mentre Lega ha fatto riemergere, al di là della riverniciatura keynesiana e nazionale con cui si è presentata alle elezioni, una sua natura profonda: reazionaria (le posizioni su immigrazione, sicurezza e diritti civili), liberista (la riproposizione della flat tax come unica vera idea economica), secessionista (la portata dirompente del regionalismo differenziato rispetto all’unità economica, sociale e culturale della Repubblica).

La costruzione di un’alternativa a questo equilibrio politico, saldamente imperniato sulla destra leghista, è resa più complicata dalla difficoltà che, per effetto del suo impianto culturale e della sua composizione sociale, la sinistra attuale, nelle sue diverse declinazioni, mostra nel confrontarsi con due tendenze di fondo che (piaccia o meno a gran parte dell’intellettualità progressista) caratterizzano l’attuale fase storica. In primo luogo, una spinta alla de-globalizzazione e al ritorno di un ruolo economico e regolativo più forte degli Stati nazionali. In secondo luogo, l’emergere sul piano culturale di quello che si potrebbe definire uno Zeitgeist più comunitario e meno individualistico, in cui istanze di identità, appartenenza, legame, protezione, stabilità assumono una centralità e una forza sconosciute durante il trentennio della globalizzazione neo-liberale, segnato dal predominio di un altro immaginario: opportunità, libertà, mobilità, auto-realizzazione, auto-imprenditorialità.

In realtà, una parte della società resta legata a questo universo assiologico individualistico-liberale. Si tratta del ceto medio-alto che non è stato colpito dalla crisi o che addirittura ne ha tratto vantaggi. Rispetto all’immagine della “società dei due terzi”, resa celebre negli anni ottanta dal sociologo tedesco Peter Glotz (un benessere diffuso in due terzi della società, un terzo di esclusi), si può ragionevolmente affermare che la grande crisi abbia ribaltato questo equilibrio sociale in molti Paesi occidentali, sicuramente in Italia. La sinistra è rimasta rinchiusa nella rappresentanza di una parte significativa di quel terzo di società che non ha subito danni economici o addirittura ha tratto vantaggio dalla crisi, smarrendo la connessione non solo con il terzo dei disagiati e degli esclusi (che già da tempo si era ritratto nell’astensione o affidato alla destra), ma anche con l’altro terzo, in cui c’erano prima molti dei suoi elettori, rappresentato da quella parte di ceto medio colpito e impoverito dagli effetti della globalizzazione neo-liberale.

Rispetto a questo (ex) ceto medio, ora impaurito e radicalizzato, il linguaggio e i temi dell’attuale sinistra non dicono nulla, nella migliore delle ipotesi, o generano addirittura reazioni di rabbia e rigetto. Se si guardano, ad esempio, le rilevazioni demoscopiche su ciò che gli attuali elettori del Pd, quelli rimasti il 4 marzo, chiedono al loro partito, ai primi posti si trovano temi e parole d’ordine – i diritti civili, la fiducia nel merito e nelle opportunità individuali, la speranza nell’Europa politica, l’afflato cosmopolitico, l’accoglienza dei migranti – che non toccano le preoccupazioni materiali più urgenti del ceto medio impoverito, o che perfino generano diffidenza rispetto ai rischi di un ulteriore peggioramento.

Come ha osservato di recente Federico Rampini, una sinistra che parla soltanto di speranza e criminalizza la paura si rinchiude nel recinto di quelli che si possono permettere di guardare al futuro solo con ottimismo. Viene da aggiungere che questa sinistra smarrisce anche la radice profonda della politica moderna e della sua principale invenzione, lo Stato, che, a partire da Hobbes, viene pensato proprio come lo strumento indispensabile per trasformare la paura del bellum omnium contra omnes nella sicurezza data dalla protezione garantita dal sovrano. Lo Stato sociale costituzionale dei trenta gloriosi e del compromesso keynesiano tra capitale e lavoro è un’evoluzione sul terreno economico-sociale, non un rinnegamento, di questa radice hobbesiana.

Si fa presto ora a dire che la sinistra deve uscire dalle ZTL e dai centri storici, ma la sfida, per il punto a cui si è arrivati, è molto complicata, anche perché, se l’attuale sinistra non vuole ridursi a nulla, non può rinunciare di colpo alla rappresentanza di quel che le è rimasto, ossia il pezzo di ceto medio-alto uscito indenne o vincente dalla crisi. Come si fa allora a ricollegare in uno stesso soggetto politico, o anche solo in un’alleanza, questo troncone con l’altro spezzone dell’ex ceto medio, quello uscito sconfitto dalla globalizzazione? In altri termini, come si riconnette il linguaggio della speranza con quello della paura?

È del tutto evidente che si tratta di un’impresa lunga e difficile e che qualsiasi illusione di soluzioni dietro l’angolo o di scorciatoie fondate solo sulla manovra politica sia destinata a schiantarsi nel vuoto. Lo stesso superamento di divisioni e incomunicabilità nel ceto politico del centro-sinistra è un passo utile, ma tutt’altro che risolutivo. Può essere l’avvio di una complessa e coraggiosa ricerca comune da avviare, non certo l’approdo.

Il primo passo da compiere per costruire una nuova coalizione sociale è lasciarsi alla spalle il paradigma della sinistra liberale degli anni novanta. In quella fase ancora ascendente della globalizzazione, che sembrava dischiudere nuove opportunità per tutti, l’individualismo dei diritti e delle opportunità è sembrato un comodo riparo dopo il crollo del socialismo reale. Perfino la sinistra antagonista e post-operaista ha inconsapevolmente introiettato i presupposti dell’immaginario neo-liberale, accettando la narrazione della fine dello Stato e dell’irreversibilità della globalizzazione, al punto da rifiutare l’etichetta no-global e da definirsi alter-mondialista. Per costruire una nuova visione non basta né una torsione verso un radicalismo puramente protestatario, né il semplice richiamo a movimenti o ‘macro-categorie’ che oggi scaldano il cuore degli intellettuali e dei giornalisti progressisti.

Si pensi al femminismo, all’ambientalismo e all’europeismo, che vengono indicati come possibili sorgenti per una rigenerazione della sinistra. Il problema è che ciascuno di questi grandi temi si presta a declinazioni tutt’affatto differenti ed è un potenziale campo di battaglia tra un progressismo neo-liberale, tutto ancora dentro il paradigma della terza via blairiana e oggi riproposto da Macron, e uno autenticamente socialista e anti-liberista. La filosofa femminista americana Nancy Fraser ha mostrato, ad esempio, come parte del femminismo sia stato catturato da quella che lei ha felicemente definito il neo-liberismo progressista, che, come ha confermato da ultimo la vicenda di Hillary Clinton, finisce per spianare la strada al populismo reazionario. Del tutto divergente è quello che invece la Fraser definisce il femminismo del 99%, che ha una natura socialista e costituisce una forma di critica radicale al capitalismo contemporaneo.

Esattamente come lo è sul terreno ambientale l’ecosocialismo –categoria cruciale per la costruzione di un nuovo paradigma – a differenza di un ecologismo liberale, che non mette in discussione i rapporti di forza e di produzione cristallizzati dal capitalismo finanziario e rischia perciò di tradursi nella legittimazione di nuove politiche di austerità e deflazione salariale (si veda ancora alla voce Macron). Siamo tutti entusiasti per Greta e per i ragazzi in piazza, ma questa mobilitazione può essere tirata in direzioni molto diverse.

Il terreno di battaglia fra un visione liberista e una neo-socialista è evidentissimo anche nel caso dell’Europa. L’europeismo sans phrase, per dirla con Marx, o a prescindere, come avrebbe detto Totò, quello che non pronuncia mai una parola di autocritica e chiede di appendere alle finestre le bandiere blu (che infatti non vengono appese…), quello del “siamo europei” senza ulteriori specificazioni, è, in maniera più o meno consapevole, intrinsecamente liberista, perché non mette in discussione la configurazione attuale dell’Unione economica e monetaria europea, che ha oggettivamente rappresentato un fattore di potenziamento degli effetti della globalizzazione neo-liberale.

Il recente rapporto della FEPS, la fondazione dei socialisti europei, coordinato da Stiglitz e incentrato sui cambiamenti necessari non solo nella politica economica, ma nella stessa struttura istituzionale dell’eurozona, rappresenta una novità importante, perché segnala l’inizio di una presa di distanza del PSE, o almeno di settori significativi al suo interno, dall’europeismo acritico e dunque liberista, che ha pervaso e corroso dall’interno molti partiti socialisti e socialdemocratici europei negli anni passati.

Negli ultimi mesi, le convulsioni della Brexit e la precipitosa marcia indietro del governo Lega-M5S rispetto alle richieste della Commissione europea in occasione della legge di bilancio hanno avuto l’effetto di dimostrare, in maniera ben più incisiva di quanto avesse fatto la capitolazione della piccola Grecia di Tsipras nel 2015, l’impraticabilità di qualsiasi programma deliberato di euroexit. È ormai chiaro che, se in futuro l’euro dovesse collassare, non sarà certo per l’iniziativa politica programmata di una parte politica, ma per una dinamica non governata. Ma l’ormai acquisita indicibilità politica dell’euroexit (che peraltro, beninteso, non comporta affatto la confutazione della tesi che costruire l’euro in questo modo sia stato un catastrofico errore: Stiglitz docet, appunto) non toglie terreno all’avanzata nazionalista e reazionaria,. La nuova destra si fa forza di un bisogno di comunità e di protezione di un ceto medio impoverito, che non trova altre risposte e altri linguaggi con cui interloquire.

Immaginare di continuare a contrastare questa poderosa ondata storica con la retorica europeista e globalista dei vincenti della globalizzazione equivarrebbe alla definitiva marginalizzazione e irrilevanza di quel che resta della sinistra.

Il primo problema che essa allora deve porsi, per iniziare a costruire il nuovo paradigma di pensiero e la nuova alleanza sociale di cui ha bisogno, è come indicare una prospettiva europea realistica di cooperazione e integrazione, che torni però a far respirare le democrazie nazionali, l’unica dimensione in cui ancora per un ragionevole futuro la sovranità popolare potrà esprimersi. Detto altrimenti, una prospettiva in cui la sinistra possa tornare a usare con un qualche margine di manovra la leva statuale, per perseguire i suoi obiettivi di giustizia sociale e di piena occupazione, senza affidarli a un futuro indefinito e lontano in cui forse ci sarà l’Europa politica e senza dichiarare più, come fa adesso, la propria sostanziale impotenza politica finché questo obiettivo non sarà raggiunto.

L’abdicazione della sinistra alla funzione storicamente progressiva della statualità democraticaha contribuito potentemente a ingrossare il fantasma del sovranismo nazionalista. E anche in un Paese con la storia e le caratteristiche dell’Italia, è difficile che la sinistra possa riappropriarsi credibilmente delle sue parole d’ordine in materia di lavoro e di giustizia sociale senza riconciliare il suo europeismo con un programma realistico, sobrio, articolato di ricostruzione democratica dello Stato, della sua intelaiatura unitaria (dall’istruzione alla sanità, dall’articolazione degli enti locali alla presenza nel Mezzogiorno) e della funzione economico-sociale riequilibratrice rispetto al mercato che la Costituzione repubblicana gli assegna.

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