Il “fuoriclasse” Draghi e la sconfitta del populismo

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I giornali delle lobby festeggiano raggianti la restaurazione, gli zombie della vecchia partitocrazia pure. Evviva, è stato sconfitto il populismo. La Lega è diventata europeista e si è rimangiata il sovranismo. Il Movimento si è rimangiato invece l’ultimo tabù berlusconiano e si è normalizzato. Evviva, scampato pericolo. Tutto torna come prima del 4 marzo. Ma sono solo auspici. Un conto sono le piroette dei politicanti, un conto è il popolo. Un conto è la politica, un altro la storia. E la scesa in campo del “fuoriclasse” Draghi potrebbe rivelarsi la premessa per un’ondata populista ancora più incisiva checché ne dicano i trombettieri della restaurazione. La scommessa di lorsignori è che gli italiani si bevano la panzana dello “spirito repubblicano” dopo che per tutto l’anno pandemico i politicanti si sono scannati a vicenda ignorando sistematicamente gli appelli del Quirinale. Spingendosi perfino a sciacallare e a far cadere il governo in carica senza uno straccio di motivo. Non sono credibili. Anche perché oggi si vede la luce in fondo al tunnel e questo grazie al senso di responsabilità dei cittadini, non certo al loro. Più che una ammucchiata, quello di Draghi è qualcosa a metà tra un carro dei vincitori e un carro dei paraculi. Un modo per prendersi i meriti se il “fuoriclasse” Draghi riuscirà a condurli alla vittoria. Un modo di scaricare le colpe in caso di disfatta. Win-win situation e comunque vada a finire potranno passare alla solita scorpacciata di poltrone e ricominciare la giostra di sempre. Solo auspici. Dei politicanti come dei loro trombettieri. L’ultima parola spetterà al populismo che li osserva seduto sugli spalti. Maradona era una pippa a giocare a pallacanestro. Non era il suo sport. E dai primi tocchi sembra che il Maradona delle Banche Draghi non sia poi quel fenomeno che hanno decantato. Ha sbagliato clamorosamente nella scelta della squadra di governo, ha sbagliato nel non rispettare i rapporti di forza in parlamento e la storia politica degli ultimi anni. Per il resto si è limitato ad un banale palleggio politichese. I giornali delle lobby e gli zombie della vecchia partitocrazia lo hanno pompato all’inverosimile ma dagli spalti per ora arrivano solo timidi accenni. Non facile affezionarsi ad un tecnocrate taciturno, dal tono sacerdotale, dai sorrisi glaciali e dallo sguardo spento. In politica l’empatia è fondamentale, soprattutto per una carica del genere e in momenti turbolenti come questo. Inevitabile poi che Draghi paghi il confronto col suo predecessore Giuseppe Conte che a differenza sua era stato preannunciato come una pippa ma poi sul campo si è dimostrato un campione e pure molto apprezzato. Dagli spalti il populismo osserva spaesato. Ha altre grane per la testa al momento ed è confuso da quel turbinio di voltafaccia. Mai con quello, mai con quell’altro e poi si son rimangiati tutto nel giro di qualche giorno. In nome di un senso di responsabilità che fino a ieri calpestavano. Carro dei vincitori. Carro dei paraculi. La solita vecchia politica. Valori imprescindibili che si rivelano slogan per incitare le curve e raccattar voti. Poi una volta nei palazzi partono i gestacci dell’ombrello e pure col fischio. Ma la partita di Draghi è solo all’inizio. Ora non resta che godersi il Maradona delle Banche districarsi tra quella manica di schiappe e vecchi scarponi politici. La squadra del resto è sempre quella. Di idee e schemi nuovi neanche l’ombra. In compenso se tutto procede come previsto dovrebbero presto ricominciare a scannarsi negli spogliatoti ma anche fuori. Non appena finisce la luna di fiele. Il cronometro gira. I giornali delle lobby e gli zombie della vecchia partitocrazia festeggiano raggianti la restaurazione ma un conto sono le piroette dei politicanti, un conto è il popolo. Un conto è la politica, un altro la storia. E la scesa in campo del “fuoriclasse” Draghi potrebbe rivelarsi la premessa per un’ondata populista ancora più incisiva checché ne dicano i trombettieri della restaurazione.
Tommaso Merlo

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