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Il Natale di Giuseppe Pinto

Avevo già parlato in queste pagine di Giuseppe Pinto, cioè il mio amico che si firmava Giupin nel nostro strano ambiente di enigmisti. Giupin non ha mai tenuto lezioni a me, però mi ha insegnato una cosa che voglio condividere con voi.
Ci siamo incontrati più volte durante i nostri congressi annuali, e pure un pomeriggio a Gorizia, quando mi ha raccontato di quando andava nella scuola dov’era preside, a piedi, con calma, e ne approfittava per ripensare ai suoi giochi, cercando qualche altra combinazione da inserire per impreziosire quanto già scritto. Ecco, così nasce un capolavoro, ho pensato fra me e me: non va bene che una combinazione stia in piedi perché venga pubblicata, ma occorre un lavoro di lima, fino a che tutto fila liscio.
Ma basta con le chiacchiere, e leggiamo cosa ha scritto Giupin a proposito del Natale.

L’Incarnato ancora nasce in una mangiatoia in quest’alba mattina lattescente. Il Cielo gli è vicino. Per le genti, per i bimbi esultanti è gioia grande, meraviglia nuova. Ori non ha né orpelli, soltanto il suo candore. Lo riscalda un soffio lieve che gli aleggia intorno. È giunto per far dono anche al mendico, al derelitto, all’umile, della serena luce di un sorriso. Sono lontani ancora i giorni lieti e benedetti della spartizione dei pani, ed è lontana la fatidica sera di quell’Ultima Cena, quando avrà duri aguzzini a stringerlo da presso. E sarà tempo di violenza. Erode, il crudele maligno, porterà l’infausta macchia della sua condanna. Quindi l’ore dei ferri nella carne, la Corona di spine, la Caduta, il Sacrificio Estremo e la Deposizione. Ma il Suo Sangue non sarà sparso invano se varrà ad affrancare l’uomo dal male che lo inquina. Ora il pensiero va alla Sua nuova apparizione, forse in un giorno non più tanto lontano: nel giorno del Giudizio.

Cos’ha di strano questa composizione? Oltre a narrare di un fatto che commemoreremo fra pochi giorni con il Natale, questo è un indovinello, cioè tutto il testo può esser letto anche con un altro titolo, e vi invito a rileggerlo per trovarlo.
Per chi non ha voglia di rompersi la testa, dirò che questo testo può andar bene anche se il titolo fosse “il dente”. Proviamo a cercare assieme quanti riferimenti ci sono: “incarnato” poiché cresce nella carne, in una “mangiatoia” che è la nostra bocca, “lattescente” fa riferimento al dente di latte, quando cresce un nuovo dentino è una festa, e il dente non è ancora d’oro, il “soffio” non è quello del bue o dell’asinello ma il mio alito, sono lontani i giorni della spartizione dei pani perché per il momento mangio cose tenere, gli “aguzzini” sono i denti aguzzi, “Erode” oltre che essere il nome del protagonista della strage degli innocenti è voce del verbo erodere, i “ferri nella carne” sono gli attrezzi del dentista perché parliamo di carie e di estrazione, e finalmente citiamo alla fine anche del “dente del giudizio”.
Il Natale e il dente sono due argomenti diversissimi fra loro, ma Giupin con la sua tenacia ha saputo collegarli con tanti ponti. A Natale si fanno tanti pensieri, più o meno profondi, è un bel momento per soffermarci a riflettere; io nel mio piccolo aggiungo, per chi ha piacere, un suggerimento per conoscere i giochi enigmistici e valutare il lavoro che c’è dietro una composizione così bella. Grazie, Giupin!

Giorgio Dendi

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