Salvini lupo nel pollaio

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padellaro

– E se Matteo Salvini fosse il lupo ingenuamente fatto entrare nel pollaio delle larghe intese? Come nella favola dell’astuto carnivoro che fa strage di galline dopo averle ingannate con un finto pentimento, al capataz leghista è stato facile essere accettato: “Due parolette, un sorriso e via, basta la presenza del pacioso Giancarlo Giorgetti al fianco del truce Salvini a rassicurare Quirinale e Palazzo Chigi” (Piero Ignazi sul Domani). Del resto, quando la sera del 2 febbraio Sergio Mattarella – archiviato il governo Conte come un farmaco scaduto – ebbe a rivolgersi con toni drammatici a tutte le forze politiche per la nascita di un governo di salvezza nazionale e di “alto profilo”, non ci sentimmo forse pronti a mobilitarci per la patria in pericolo? Chi rifiuterebbe l’aiuto del vicino, anche il più antipatico e litigioso, pur di spegnere l’incendio della casa comune? E quando il lupo del Carroccio (in combutta con il compare Renzi che aveva spalancato il recinto) si presentò da Mario Draghi dicendo vengo anch’io, chi si interrogò realmente sulla sincerità della conversione di quel tizio barbuto? Uno che soltanto il giorno prima era impegnato a sputare sull’Europa, a esaltare Putin, a perseguitare immigrati, a invocare i santi Cirillo e Metodio sbaciucchiando rosari come un Rasputin dell’Idroscalo? Infatti, non appena ammesso nel pollaio, il leghista ha cominciato a fare la voce grossa: basta lockdown, decidano le “nostre” Regioni quando aprire e chiudere, e che il commissario Arcuri vada fuori dalle scatole, che ci mettiamo uno di fiducia. Poi, brandendo i numeri virtuali dei sondaggi (“siamo il partito più forte”) egli pretende la sottomissione dell’intera batteria dei polli: superior stabat lupus. Quindi ordina al pacioso Giorgetti di soprassedere: dal Milleproroghe alle nomine dei sottosegretari, con le galline che non mettono becco. A questo punto lasciamo ai giuristi una qualche riflessione sulla supposta unità nazionale, monumento votivo non previsto dalla Costituzione e nella fattispecie invocato come l’estrema trincea, il Piave mormorò.

Quando invece la presente emergenza più che unanimismi di facciata comporterebbe scelte precise. Non è vero forse che dall’inizio della pandemia si sono contrapposti due partiti? Quello del viene prima la salute? E quello del viene prima l’economia? E che fino a quando i lupi ululavano da lontano il governo Conte aveva cercato un difficile punto d’equilibrio tra le due necessità, con il diritto alla salute in posizione primaria? Ora però che il recinto è stato spalancato, cosa impedirebbe a Salvini, se ostacolato da Mario Draghi – l’unico autentico valore aggiunto di tutta l’operazione – di chiedergli di quante divisioni dispone?                                                                                                                                         (di Antonio Padellaro – Il Fatto Quotidiano)

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