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Università: in 14 anni perse 40mila matricole, il calo più accentuato al Sud

Dopo il calo vistoso durato fino all’anno accademico 2013/14, dall’anno 2014/15 i dati raccolti dal consorzio universitario Almalaurea, relativi al 2018 e presentati oggi, mostrano una ripresa delle immatricolazioni, confermata anche negli anni successivi, che sono arrivate nel 2017/18 a +9,3% rispetto al 2013/14. Nonostante ciò, complessivamente, nei 14 anni dal 2003/04 al 2017/18 la perdita di matricole è forte, in tutto parliamo di 40mila iscritti. Il calo risulta più accentuato nelle aree meridionali (-26%), tra i diplomati tecnici e professionali e tra coloro che provengono dai contesti familiari meno favoriti, con evidenti rischi di polarizzazione. L’andamento delle immatricolazioni per area disciplinare mostra risultati interessanti: rispetto all’anno accademico 2003/04, il trend è in calo per tutte le aree disciplinari fatta eccezione per l’area scientifica, in cui si rileva un aumento del 13%. L’età media alla laurea e il voto medio L’età media alla laurea per il complesso dei laureati del 2018 è pari a 25,8 anni: 24,6 anni per i laureati di primo livello, 27,0 per i magistrali a ciclo unico e 27,3 anni per i laureati magistrali biennali. L’età alla laurea è diminuita in misura apprezzabile rispetto alla situazione pre-riforma e continua a diminuire negli ultimi anni: l’età media era infatti 27 anni nel 2008, di oltre anno più elevata rispetto alla situazione attuale. Il voto medio di laurea è sostanzialmente immutato negli ultimi anni (102,9 su 110 nel 2018 rispetto al 103,0 del 2008): 100,0 per i laureati di primo livello, 104,8 per i magistrali a ciclo unico e 107,9 per i magistrali biennali. I fuoricorso dimezzati La regolarità negli studi, che misura la capacità di concludere il corso di laurea nei tempi previsti dagli ordinamenti, ha registrato negli ultimi anni un marcato miglioramento. Se nel 2008 concludeva gli studi in corso il 39,4% dei laureati, nel 2018 la percentuale raggiunge il 53,6%, in particolare il 60,1% tra i magistrali biennali, il 53,9% tra i laureati di primo livello e il 40,0% tra i magistrali a ciclo unico. Peraltro, se dieci anni fa a terminare gli studi con quattro o più anni fuori corso erano 17,1 laureati su cento, oggi si sono quasi dimezzati (8,7%). Da dove vengono i laureati La quota di laureati di cittadinanza estera è del 3,5%, con una punta del 4,9% nei corsi magistrali biennali e con valori pari al 3,1% tra i laureati di primo livello e al 2,4% fra i magistrali a ciclo unico. La quota di laureati di cittadinanza estera risulta in crescita: era pari al 2,6% nel 2008. Sono in misura crescente di giovani che provengono da famiglie immigrate e residenti in Italia: ben il 43,5% dei laureati di cittadinanza non italiana ha conseguito il diploma di scuola secondaria di secondo grado nel nostro Paese: questa quota era il 28,2% nel 2011. In ogni caso il contesto familiare, italiano o straniero che sia, ha un forte impatto sulle opportunità di completare il percorso di istruzione universitaria: i laureati AlmaLaurea 2018 provengono per il 32% e il 22,4% da famiglie della classe media, rispettivamente impiegatizia e autonoma, per il 22,4% da famiglie di più elevata estrazione sociale (dove i genitori sono imprenditori, liberi professionisti e dirigenti) e per il 21,6% da famiglie in cui i genitori svolgono professioni esecutive (operai ed impiegati esecutivi). I laureati con almeno un genitore in possesso di un titolo universitario sono il 29,9% (nel 2008 erano il 25,5%). Il contesto culturale e sociale della famiglia influisce anche sulla scelta del corso di laurea. I laureati che lavorano sono il 70% Nel 2018 il tasso di occupazione (che include anche quanti risultano impegnati in attività di formazione retribuita) è pari, a un anno dal conseguimento del titolo, al 72,1% tra i laureati di primo livello e al 69,4% tra i laureati di secondo livello del 2017. “Si tratta di segnali positivi – si sottolinea – che, tuttavia, non sono ancora in grado di colmare la significativa contrazione del tasso di occupazione osservabile tra il 2008 e il 2014 (-17,1 punti percentuali per i primi; -15,1 punti per i secondi)”. La retribuzione mensile netta a un anno dal titolo è nel 2018, in media, pari a 1.169 euro per i laureati di primo livello e 1.232 euro per i laureati di secondo livello. Rispetto all’indagine del 2014 le retribuzioni reali (cioè che tengono conto del mutato potere d’acquisto) a un anno dal conseguimento del titolo figurano in aumento: +13,4% per i laureati di primo livello, +14,1% per quelli di secondo livello. “L’aumento rilevato, tuttavia – si rimarca -, non è ancora in grado di colmare la significativa perdita retributiva registrata nel periodo più difficile della crisi economica che ha colpito i neolaureati, ovvero tra il 2008 e il 2014 (-22,4% per il primo livello, -17,6% per il secondo livello)”. Nel 2018, a un anno dal conseguimento del titolo, la forma contrattuale più diffusa è il lavoro non standard, prevalentemente alle dipendenze a tempo determinato, che riguarda oltre un terzo degli occupati. Oltre la metà degli occupati, a un anno, considera il titolo di laurea “molto efficace o efficace” per lo svolgimento del proprio lavoro. Il Report attesta inoltre che quasi la metà dei laureati, sia italiani che stranieri, è disposta a trasferirsi all’estero per lavoro e un terzo in un altro continente. La disponibilità a lavorare all’estero è dichiarata infatti dal 47,2% dei laureati (era il 39,9% nel 2008): è il 48,5% per i laureati di primo livello, 43,8% per i magistrali a ciclo unico e 46,4% per i magistrali biennali. Il 32,1%, inoltre, è addirittura pronto a trasferirsi in un altro continente. Si rileva una diffusa disponibilità ad effettuare trasferte anche frequenti (27,8%), ma anche a trasferire la propria residenza (49,3%). Le città più virtuose: Firenze e Verona Laurearsi a Firenze significa poter entrare nel mondo del lavoro in tempi più brevi, maturare esperienze di tirocinio e svolgere un impiego più facilmente anche durante il corso degli studi. L’indagine evidenzia un trend positivo che l’Ateneo sta consolidando nel tempo. Secondo il rapporto, tra i dottori triennali che non hanno proseguito il percorso formativo (e quindi non si sono iscritti a un corso di laurea magistrale) gli occupati, a un anno dal titolo, sono il 74,2% (erano il 72,6% due anni fa e il 70% nel 2017), mentre il dato nazionale si ferma al 72,1%. Saldo positivo anche per quel che riguarda i laureati di secondo livello. A un anno dal titolo, lavora il 73,8% a fronte del 69,4% della media nazionale. Tra gli intervistati cinque anni dopo il conseguimento del titolo, la percentuale di occupati sale all’86,7%, mentre si attesta all’85,5% a livello italiano. Secondo il rapporto Almalaurea, gli occupati a un anno dalla laurea triennale a Verona arrivano a ricoprire l’84,8%. Il 20,4% degli occupati può contare su un lavoro alle dipendenze a tempo indeterminato, il 52% su un lavoro a tempo determinato, mentre l’8,7% svolge un’attività autonoma. La retribuzione è in media di 1.229 euro mensili netti, superiore sia alla media veneta (1.199 euro) che a quella nazionale (1.169 euro). Ma quanti fanno quello per cui hanno studiato? Il 67,3% degli occupati considera il titolo molto efficace o efficace per il lavoro svolto. Più nel dettaglio, il 59,6% dichiara di utilizzare in misura elevata, nel proprio lavoro, le competenze acquisite all’università. –

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