20 ANNI FA il “CIAO” DIVENTO’ ADDIO

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09Una chat con gli amici di sempre, condotta in bilico perenne tra nostalgie, battute ed immagini non sempre da college inglese, mi ha portato un ricordo folgorante, e un anniversario intriso di malinconia. Esattamente vent’anni fa, nei primissimi mesi del 2006, la Piaggio sospendeva per sempre la produzione del Ciao.
Altro che Ciao, quello era un addio lancinante a tutti noi ragazzi, ai nostri anni migliori. Dopo tre milioni e mezzo di esemplari venduti, dal 1967. Nel 1980, anno record, ne vennero commercializzati 815 mila
E Livorno era una delle capitali del Ciao, tutti lo avevano, ragazzini e ragazzine, con il trionfo del colore bianco. Leggero, poco più di una bicicletta, una piuma da manovrare, si insinuava come un serpente furbo nei gangli di un traffico sempre più impazzito. E ti sentivi leggero, privilegiato, farfalla in mezzo ad impotenti elefanti a quattro ruote.
Il Ciao era libertà, azzardo, sfidare il freddo pungente, il vento impetuoso, la pioggia battente. Eri tu, lui, la strada, il sogno. C’erano anche e paure, certo: la strada, la caduta sempre in agguato, o l’aria che ti schiaffeggiava la faccia e le caviglie, i vigili urbani pronti a pizzicarti, magari in due sul sellino, la multa che ti arrivava a casa, la vergogna del foglio verde nella cassetta delle lettere, la sfuriata di papà e mamma.
Solo se avevi il Ciao eri qualcuno, in quegli anni dolci. Guadagnavi il rispetto degli amici, potevi giocarti qualche fiche sentimentale sul tavolo dell’adolescenza.
Il Ciao era democratico, non era cosa per pochi, anzi, fu una dei fenomeni più trasversali di quegli anni: alla fine degli anni Settanta costava tanto, ma non troppo, qualcosa come mille euro di oggi, è stato calcolato: ogni famiglia se ne poteva permettere uno, magari in comode rate.
In sella al Ciao, con tutta l’incoscienza dell’età, percorrevamo anche quaranta-cinquanta chilometri, nei lividi pomeriggi d’inverno, per raggiungere amene località dove si ballava, dove si consumava il rito sudaticcio e adrenalinico della discoteca. Il pieno di miscela (al due per cento, rigorosamente, con quell’odore penetrante e indimenticabile) bastava, perchè il Ciao, tra i tanti pregi, aveva anche quello di consumare pochissimo: per non rischiare l’onta di proseguire a pedali tenevamo la manopola del gas bloccata sui tre quarti di potenza, sottoponendo il polso a stress degni di una finale del Roland Garros.
I Ciao erano tutti uguali, come bici per le strade di Pechino: per ritrovarlo negli immensi parcheggi dovevi personalizzarlo, magari con un adesivo. Pioggia, vento, neve, sole, salsedine:
il Ciao, così esile, elegante nella sua essenzialità, ha solcato tutti i meteo della nostra vita senza mai deflettere, senza tradirti. Poteva non partire, a volte: “è ingolfato”, sentenziava quel gran genio del tuo amico, che di motori tutto sapeva. E allora bastava il rimedio artigianale: una robusta pedalata, una tirata alla Francesco Moser e sputacchiando fumo il Ciao tornava alla vita.
Fino a quel triste, fatale 2006. Quando il Ciao diventò addio.