Diritti. L’Assemblea legislativa approva la proposta di legge alle Camere di Pd e Civici

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Diritti. L’Assemblea legislativa approva la proposta di legge alle Camere di Pd e Civici per contrastare le dimissioni dei genitori nei primi mesi di vita dei figli

Voto favorevole di Pd, Avs, Civici e M5s, contrario il centrodestra

Maggiori risorse e regole più adeguate per contrastare le dimissioni volontarie dei genitori nei primi anni di vita dei figli, fenomeno dietro il quale, nella maggior parte dei casi, di volontario non c’è alcunché, ma solo l’impossibilità di conciliare l’attività lavorativa con il ruolo di padre e, soprattutto, madre.

Un obiettivo da raggiungere con iniziative quali una “Naspi per la conciliazione” e il più ampio recepimento della direttiva europea del 2019/1158 sulla conciliazione, misure specifiche per piccole e medie imprese e la creazione di una rete pubblico/privato capace di diminuire le dimissioni volontarie, dando così valore alle competenze presenti sul territorio.

Con il voto favorevole di Pd, Avs, Civici e Movimento 5 Stelle e quello contrario del centrodestra, l’Assemblea legislativa ha approvato il progetto di legge alle Camere proposto da Pd e Civici per contrastare il fenomeno delle dimissioni volontarie dei genitori, in particolar modo delle madri, nei primi mesi di vita dei figli. Prima di arrivare al voto dell’Assemblea legislativa, la proposta di legge alle Camere è stata discussa nel corso delle commissioni assembleari, in particolare la commissione Scuola presieduta da Maria Costi che ha anche svolto l’audizione dei soggetti interessati al provvedimento. Durante l’audizione sindacati, associazioni di categoria, Terzo settore, centri di documentazione delle donne hanno dato un giudizio sostanzialmente positivo all’obiettivo della proposta di legge.

Comune, soprattutto da parte dei rappresentanti del mondo imprenditoriale, è stata la richiesta di migliorare i servizi pubblici, a partire da quelli per l’infanzia. Le consigliere di parità, invece, hanno chiesto un loro maggiore e più chiaro coinvolgimento. Nel corso del dibattito in commissione, su proposta della relatrice di maggioranza sono stati accolti la quasi totalità degli emendamenti proposti dal centrodestra sui seguenti temi, volti in particolare a potenziare le politiche a sostegno della famiglia, a ribadire la natura universalistica degli interventi a prescindere dalla tipologia di lavoro (autonomo o dipendente) e di contratto (subordinato o parasubordinato) dei genitori. L’Assemblea legislativa ha anche respinto un ordine del giorno della Lega.

La parola alle relatrici

A presentare la proposta di legge sono state le due relatrici: Simona Lembi (Pd) per la maggioranza e Annalisa Arletti (FdI) per la minoranza.

“Una madre che lascia il lavoro perché non riesce a conciliare famiglia e occupazione, è una sconfitta per tutti. È tempo che le istituzioni riconoscano il valore sociale della maternità e intervengano con una legge capace di tutelare davvero le donne lavoratrici”, spiega Lembi che è stata nominata relatrice di maggioranza della proposta di legge, per la quale “ogni anno in Italia oltre 60mila genitori presentano le dimissioni volontarie dal lavoro entro il primo anno di vita dei figli e delle figlie.

Nella prevalenza dei casi lo fanno per mancanza di reti familiari di supporto, per la difficoltà a sostenere i costi della cura o per assenza di servizi all’infanzia, perché l’impresa non concede misure di conciliazione.

Nel 70% dei casi si tratta di madri. Per rispondere a questa questione presentiamo alle Camere una proposta di legge nazionale per contrastare le dimissioni volontarie dei genitori nei primi anni di vita dei figli: il nostro obiettivo non è modificare un sistema che funziona in malo modo, ma smontarlo e ricostruirlo a vera tutela dei neogenitori”.

Dal canto suo la relatrice di minoranza Arletti ricorda come “il tema è davvero molto importante, occorre capire i motivi e intervenire sul perché tante, troppe, donne (e più in generale genitori) lasciano il posto di lavoro perché impossibilitati a conciliare i tempi di vita e di lavoro.

Dobbiamo anche ragionare sull’universalità dei servizi e un cambio di mentalità nel mondo del lavoro. Dobbiamo impegnarci sul tema dei diritti dei genitori e creare le condizioni di una condivisione politica perché le persone non debbano più scegliere tra essere genitori o licenziarsi.

Ci sono, però, punti della proposta di legge su cui bisogna intervenire. Dobbiamo evitare di normare in modo ossessivo temi già tutelati da leggi vigenti, ce lo hanno detto anche le Consigliere di parità nel corso dell’audizione in commissione.

Penso che i temi più preoccupanti della proposta siano: costi di applicazione della legge, rischio di contraccolpi negativi frutto di regole troppo rigide, deresponsabilizzazione delle Regioni. Il pdl non quantifica i costi, poi temo che mettere troppi vincoli come viene proposto possa rendere più difficile alle donne e ai genitori trovare lavoro come effetto non voluto del provvedimento. Altro tema, poi, è quello delle Regioni, la legge di fatto le deresponsabilizza mettendo ogni intervento in capo allo Stato o ai Comuni, invece le Regioni hanno già molti compiti in materia di lavoro e diritti e tante cose in più possono fare”.

Il dibattito

Per Maria Costi (Pd) “le dimissioni volontarie riguardano principalmente le madri, in particolare nei primi anni del bambino, questo non possiamo permettercelo in un paese in crisi demografica. Il numero medio dei figli per mamma ha raggiunto il minimo storico”. Prosegue: “Il quadro in Italia è poi anche quello di una crisi economica, non viene valorizzato il lavoro delle metà della popolazione, questa proposta di legge sostiene la genitorialità tutelando l’aspetto lavorativo: interveniamo prima che l’uscita dal lavoro diventi irreversibile”.

“Le dimissioni volontarie – rimarca Tommaso Fiazza (Lega) – in Italia sono state dopo la nascita di un figlio circa 60milia, in maggioranza donne, anche se il tema coinvolge anche 18mila uomini. Il sistema non regge se la famiglia cresce, la colpa non è dei datori di lavoro, servono politiche attive, servono soluzioni adeguiate ai problemi, atti concreti. Quando ero sindaco a Fontevivo abbiamo garantito la gratuità degli asili nido”.

“Questa proposta di legge – sottolinea Vincenzo Paldino (Civici) – ci fa riflettere sul fatto di conciliare il lavoro con la vita familiare, le dimissioni volontarie per la nascita di un figlio rappresentano una sconfitta per il sistema, servono tutele, la questione è prevalentemente femminile, le donne sono soggetti purtroppo lavorativamente più fragili, una donna su cinque abbandona il lavoro a seguito della maternità, serve intervenire a tutela della genitorialità, anche economicamente”.

“Parliamo di un problema fondamentale, le dimissioni per la nascita di un figlio rappresentano il fallito di tutti, serve il sostegno di tutta la comunità:”, evidenzia Elena Ugolini (Rete civica). Aggiunge: “Le principali cause delle dimissioni sono la carenza di servizi e la poca flessibilità del lavoro, la Regione Emilia-Romagna si deve spendere per migliorare l’aspetto della conciliazione vita e lavoro, serve sostenere la genitorialità”.

“Sono 39mila le dimissioni di donne all’anno dal lavoro, la Regione Emilia-Romagna mette al centro il tema del welfare, servono soluzioni, questa norma cerca di darne”, rimarca il consigliere Giovanni Gordini (Civici).

Per Ludovica Carla Ferrari (Pd) “il provvedimento è particolarmente importante, si chiede un cambiamento epocale, anche rispetto al lavoro, servono riforme strutturale, un patto per il futuro delle famiglie, la Regione Emilia-Romagna sta avviando un percorso sulla genitorialità. Serve, sul tema demografico, un impegno anche a livello nazionale, le risorse devono servire per tenere le persone, a partire dalle donne, all’interno del mondo del lavoro, con particolare attenzione alla conciliazione con i tempi di vita”.

Anche per Elena Carletti (Pd) “c’è la necessità di intervenire su un tema tanto importante, su questa legge c’è stato un dibattito partecipato, lo abbiamo fatto in Emilia-Romagna dove l’occupazione femminile è fra le più alte del paese, ma non ci accontentiamo, vogliamo spostare questa discussione al livello nazionale, più occupazione femminile può rappresentare una leva per lo sviluppo economico. In Italia c’è una perdita di valore enorme, promuovere la parità di genere nel lavoro non è solo una battaglia per i diritti ma una scelta strategica, con questa legge portiamo all’attenzione nazionale un tema cruciale”.

Interviene, poi, Paolo Calvano (Pd): “Potevamo scrive una legge manifesto ma non lo abbiamo fatto, c’è stata particolare accuratezza nella sua costruzione, un testo che rappresenta un’opportunità per il legislatore nazionale”.

Prosegue: “Il contesto economico e sociale sta cambiando, le reti famigliari sono più deboli, serve più partecipazione delle donne al lavoro, anche nelle regioni più avanzate come l’Emilia-Romagna, serve un investimento sui servizi. Nella nostra regione si sta già facendo tanto, stiamo cercando di ridurre i costi ai servizi per le famiglie, a partire da quelli collegati all’infanzia. Le donne non devono avere il vincolo di scegliere tra il lavoro e la cura di un figlio”.

“Non si deve più scegliere tra figli e lavoro. Più famiglia non si ottiene solo con qualche incoraggiamento all’atto della nascita, le donne non devono rinunciare alle proprie aspirazioni, non è solo una questione di salario”, evidenzia Simona Larghetti (Avs). Conclude: “Serve accompagnare le lavoratrici, attivare strumenti di tutela sociale, siamo l’Emilia-Romagna, qui abbiamo inventato gli asili nido”.

Un po’ di numeri e di storia

Per i proponenti la proposta di legge regionale alle Camere si basa su numeri concreti: secondo i rapporti annuali sull’attività di vigilanza in materia di lavoro e previdenziale 2023 e 2024 a cura dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro nel 2023 in Italia ci sono state 62.688 dimissioni convalidate dall’Ispettorato, 60.756 nel 2024, quasi tutte volontarie (97%).

Nel 70% dei casi a dimettersi sono le donne, soprattutto del Nord Italia, tra i 29 e i 44 anni, al primo figlio. Le madri risultano significativamente più esposte all’abbandono del lavoro: il 75%-77% di loro rinuncia al lavoro per occuparsi i figli. I padri invece si dimettono prevalentemente per il passaggio ad altra azienda, mentre solo il 18% cita motivi di cura.

(Lucia Paci, Cristian Casali e Luca Molinari)