Nel discorso di Capodanno Volodymyr Zelensky ha scelto un numero per spiegare a che punto è la trattativa con Mosca: per Kiev, ha detto, l’accordo di pace con la Russia è “pronto al 90%”, mentre resta “un 10%” che deciderà “il destino della pace, dell’Ucraina e dell’Europa”
Un passaggio usato anche per fissare una linea: fine della guerra sì, a condizione che l’intesa preveda garanzie di sicurezza “solide” e non si traduca in un premio alla Russia e a Vladimir Putin.
Gli Stati Uniti continuano a lavorare a un compromesso a cui contribuiscano fattivamente Russia e Ucraina ma senza che si sblocchi il nodo centrale, quello dei territori. Putin spinge perché l’accordo includa il controllo totale del Donbass.
Zelensky avverte che un ritiro ucraino aprirebbe la strada a nuove avanzate e che Mosca, che occupa circa il 20% del Paese, verrebbe incoraggiata da ulteriori concessioni. Il leader ucraino ha bollato come ‘inganno’ l’idea che basti “ritirarsi dal Donbass” per chiudere la guerra: “Così suona la truffa quando la traduci dal russo”, ha detto, sostenendo che una concessione oggi renderebbe più probabile un nuovo attacco domani.
Zelensky ha cercato anche di tenere alto l’umore del Paese ribadendo che l’obiettivo è “la fine della guerra, non la fine dell’Ucraina”, insistendo sul fatto che gli ucraini sono esausti ma non disposti ad arrendersi. “E’ chiaro che, dopo tutti questi anni, non hanno ancora capito chi siano gli ucraini.
Un popolo che ha resistito per 1.407 giorni di guerra su vasta scala. Fermatevi su questo numero: è più lungo dell’occupazione nazista di molte delle nostre città durante la Seconda guerra mondiale”, ha ricordato, usando il dato come misura della tenuta del Paese e come messaggio verso l’esterno.
Il discorso è arrivato poche ore dopo i contatti tra funzionari americani, incluso l’inviato speciale Steve Witkoff, e consiglieri per la sicurezza ucraini ed europei sui prossimi passi per rilanciare gli sforzi di pace nel nuovo anno.
Intanto Putin, nel suo messaggio di fine anno, ha invitato i russi a credere nella vittoria, rivolgendosi ai soldati definiti “eroi” e presentando la guerra come una battaglia “per la patria, la verità e la giustizia”.
Sullo sfondo, però, resta l’impressione che il clima che si respira durante le trattative resti pesante. Il Cremlino sostiene che irrigidirà la linea negoziale dopo aver accusato l’Ucraina di un attacco con droni contro una residenza di Putin nella regione di Novgorod, episodio definito, senza fronzoli, come un “attacco terroristico”. Kiev smentisce e parla di accuse non supportate da prove. Anche l’Institute for the Study of War ha riferito di non aver visto elementi in grado di corroborare la versione russa.
Mosca aggiunge che Putin avrebbe riferito l’accaduto a Donald Trump in una telefonata. In questo clima, quel 10% che, secondo Zelensky, manca per arrivare alla pace appare ancora difficile da colmare.



