Nel mondo ci sono tante forme di povertà che sconvolgono e rovinano la vita quotidiana di molte famiglie strattonate tra sfide sociali e problematiche irrisolte
Ci si lamenta molto delle povertà economiche, ma è necessario mettere l’accento sulle povertà relazionali. Voglio iniziare raccontando di quella povertà che, insinuata nella carne delle famiglie, ne ferisce i canoni costitutivi, causando angosce, disagi morali e culturali. Viviamo infatti in un tempo nel quale tra egoismi, autodeterminazione, prevaricazione e personalismi, le famiglie sono lesionate, ferite e private di amore.
D’altra parte se scricchiolano affettività, fedeltà e rispetto nell’ambito della famiglia scricchiola anche, per esempio, l’educazione all’affettività che si è chiamati anzitutto a testimoniare col proprio esempio.
Il subappalto dell’amore
In molte famiglie c’è un’amnesia di tenerezza. In molte famiglie i cuori sono diventati aritmici e fibrillanti. Partendo dalla mia esperienza, incontro non solo famiglie stabili, ma anche famiglie inquiete alla ricerca della maggior libertà possibile. Posso raccontare che i disagi esistono e sono rappresentati da incredibili povertà spesso taciute, morali e spirituali.
La fame di edonismo giulivo spesso fa procedere queste famiglie in stile libero, con separazioni nuove, convivenze allargate, unioni multipartner e multi color.
In queste, nella nostra contemporaneità, regna sovrano il subappalto pressoché totale dell’affettività che si esprime a tutti i livelli sin dalla nascita, anzi ancor prima della nascita, dal momento che le funzioni della maternità sono state ormai delegate a nuove figure, quali le “donatrici” di gameti e di uteri per gravidanze altrui.
Tale subappalto si estende a tutti i periodi della vita – nascere, soffrire, vivere e morire – senza risparmiare le persone con disabilità, gli anziani e i malati non autosufficienti allo stadio terminale. Alla nascita, dopo il primo periodo di entusiasmo e accoglienza carico di brio, abbastanza presto ho avuto modo di constatare che ogni necessaria presenza si fa assenza fino a far scricchiolare quegli impegni di custodia, nutrizione, accudimento e sollecitudini che diventano quindi totalmente subappaltati ad altri.
Il problema della denatalità
Anche rispetto alla questione della denatalità è possibile rilevare che nessuno vuole assumersi le responsabilità del fenomeno, che quindi imputa a problematiche sociali, carenze di struttura, diritti negati e assurde pretese sostitutive.
Bisognerebbe piuttosto richiamare a gran voce alla responsabilità educativa, soprattutto da parte di famiglia e scuola.
Certamente riguardo alla denatalità, in particolare l’autodeterminazione assoluta gioca un ruolo determinante quale virus nefasto che manifesta una tendenza schizofrenica, per la quale vi è il rifiuto di maternità e paternità nei tempi più opportuni di fertilità, per cui da un lato si invoca il diritto a non far nascere, proposto come conquista sociale per raggiungere il massimo benessere egoistico e dall’altro si ricerca il figlio a ogni costo in età altamente avanzata, anche dopo i 50 anni.
Oggi più che mai siamo stretti nella morsa della denatalità a causa dell’autodeterminazione, e ancor più per l’innaturale richiesta di poter partorire ben oltre l’età consentita. Ormai l’età media di nascita del primo figlio supera i 32 anni.
Dal 2020 a oggi la mia Puglia vede un calo delle nascite di quasi il 12%, con 5,1 nuovi nati ogni 1.000 abitanti.
La procreazione umana è transitata dalla riproduzione alla produzione umana, una sorta di costruzione artificiale dell’umano che ha rimosso ormai del tutto il principio della dimensione unitiva dell’atto sessuale tra l’uomo e la donna, ormai non più conviventi e incapaci di affrontare la propria missione vocazionale di un bene comune.
Occorre pertanto operare una frenata su questo versante per riordinare il frantumato sorgere della vita in nome del padre e della madre. In nome del padre si inauguri il prezioso esordio di vita e in nome della madre il prezioso viaggio verso la nascita.
Filippo Boscia



