Piccole imprese, tra retorica e realtà: cosa non funziona nel sistema italiano

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Intervista al Dott. Federico Maria Prete, sul paradosso delle piccole imprese: celebrate a parole, lasciate sole nei fatti. Tra burocrazia, formazione inaccessibile e la necessità di ripensare il modello di sviluppo a partire dalla filiera

L’intervistato è un esperto professionista attivo nel mondo delle PMI.

“Dottor Prete, negli ultimi anni si parla molto di piccole e medie imprese come “spina dorsale del Paese”. Dal tuo punto di vista, quanto questa definizione corrisponde alla realtà quotidiana delle PMI italiane?”

In Italia le piccole e medie imprese sono una certezza. Lo dicono le statistiche, lo confermano i territori, lo ripetono i governi di ogni colore. Sono la famosa “spina dorsale del Paese”.

Un’espressione così abusata che ormai viene naturale chiedersi se qualcuno, prima o poi, abbia intenzione di occuparsi anche del resto del corpo.
Perché poi, quando si passa dalla retorica alla realtà, le PMI restano dove sono sempre state: da sole.

Sole davanti a un sistema economico che continua a essere disegnato per chi è già grande, strutturato, organizzato. Sole davanti a una burocrazia che chiede tempo e competenze che una piccola impresa, impegnata a sopravvivere ogni giorno, difficilmente può permettersi di dedicare.

“La formazione viene spesso indicata come la chiave per la competitività. Perché, secondo te, questo strumento continua a restare inaccessibile proprio per la maggioranza delle PMI?”

La formazione è l’esempio perfetto di questa ipocrisia sistemica. Tutti ne parlano come della soluzione a ogni problema: competitività, innovazione, produttività. Poi però la si rende accessibile solo a chi ha uffici interni, risorse dedicate e personale che può permettersi di “staccarsi” dal lavoro. Le altre imprese, la maggioranza, osservano da lontano e tornano in magazzino, in laboratorio, nei campi.

Eppure, paradossalmente, le imprese la formazione la finanziano già. Ogni mese. Automaticamente. Senza possibilità di scelta. Una quota che viene versata, accumulata e, se non utilizzata, semplicemente riassorbita dal sistema, senza rumore, senza spiegazioni, senza scandalo. Come se fosse normale che risorse nate per lo sviluppo tornino indietro perché nessuno si è preoccupato di renderle davvero utilizzabili.

Il messaggio implicito è chiaro: se sei piccolo, arrangiati. Se non riesci a stare dentro i meccanismi, è un problema tuo. Il sistema resta così com’è, efficiente per pochi e astratto per molti. E intanto si continua a parlare di sostegno alle imprese come se bastasse pronunciare la parola per risolvere tutto.

“Qual è, a tuo avviso, l’errore di fondo con cui si continua a guardare alle PMI e quale potrebbe essere un modello più aderente alla realtà italiana?”

Il vero nodo, però, non è la mancanza di strumenti. È la mancanza di un modello adatto alla realtà italiana. Continuare a trattare le PMI come tante piccole versioni di una grande azienda è un errore concettuale prima ancora che economico. La forza delle piccole imprese non sta nella dimensione, ma nel numero. E il numero, se organizzato, diventa sistema.
La filiera, quando è praticata davvero e non solo evocata, è l’unica risposta sensata a questo cortocircuito. Non perché sia una moda, ma perché è l’unico modo per trasformare una debolezza strutturale in una forza concreta. Da sole le imprese faticano. Insieme, diventano rilevanti. È una verità semplice, che evidentemente continuiamo a complicare inutilmente.

In una logica di filiera, anche la formazione smette di essere un privilegio e torna a essere ciò che dovrebbe: uno strumento di crescita diffusa.

Non un favore concesso a chi è già avanti, ma una leva per portare avanti chi tiene davvero in piedi l’economia del Paese.

Forse il problema non è che le piccole imprese italiane non crescano abbastanza. Forse il problema è che continuano a crescere nonostante un sistema che le celebra a parole e le ignora nei fatti. E finché non si avrà il coraggio di dirlo apertamente, continueremo a chiamarla spina dorsale, sperando che regga ancora un po’.

cav. Giuseppe PRETE EUROPEAN CHANCELLOR WOA