Il potere che non conosce limite

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«L’unico limite al mio potere è la mia moralità»

La frase è questa. Nuda. Senza attenuanti. Non è una scivolata, non è un’iperbole. È una frase che non cerca scampo, che non chiede interpretazioni benevole. Dice una cosa sola: non esiste nulla fuori da me che possa fermarmi. Nessuna legge, nessuna istituzione, nessun controllo.

Solo ciò che io, in quel momento, mi concedo di ritenere giusto.

Quando Donald Trump parla così, non sta elaborando una teoria. Sta mostrando un’idea del mondo. Sta chiedendo al paese di fidarsi non delle regole, ma del suo carattere. Il limite non è pubblico, non è condiviso, non è verificabile. È interno. È suo. Ed è sempre così che il potere comincia a perdere vergogna.

In quella frase c’è una pretesa precisa: il potere come identità personale. Non come funzione, non come mandato temporaneo, ma come estensione dell’io. Thomas Hobbes aveva immaginato un potere enorme, concentrato, persino spaventoso.

Lo aveva fatto per una ragione chiara: impedire che la società precipitasse nella guerra di tutti contro tutti. Il suo sovrano era un argine. Qui l’argine non c’è. Il potere non contiene, occupa. Non protegge, si espande. È Hobbes privato della responsabilità, ridotto a puro istinto di comando.

Quando il potere smette di essere strumento e diventa identità, cambia natura. Non serve più a tenere insieme. Serve a confermare chi lo esercita. Ed è qui che affiora un’altra ombra, più vischiosa, più pericolosa. Friedrich Nietzsche non come autore letto o capito, ma come fantasma storico.

L’idea che il valore nasca dall’individuo forte, che non esistano limiti esterni, che la morale sia un affare interno.

È questa versione semplificata e brutalizzata che il Novecento ha trasformato nel carburante del fascismo. Il capo che si fa misura di tutto. Il capo che non risponde. Il capo che scambia la forza per verità. Trump non teorizza nulla. Agisce. E in politica la pratica pesa più delle parole.

A destra amano immaginarsi eredi dell’impero romano, amano evocarlo come simbolo di ordine e grandezza. Ma l’Impero, quello reale, è il luogo storico in cui il potere, quando il limite diventa interno, personale, emotivo, smette di governare e comincia a divorare. Lo Stato non è più una struttura. È un riflesso dell’ego di chi comanda.

Gli imperatori nella fase della degenerazione, Caligola, Nerone, non erano anomalie pittoresche. Erano l’esito naturale di un sistema in cui il confine tra pubblico e privato si era dissolto.

La legge seguiva l’umore. Il comando diventava spettacolo dell’io. Il potere non serviva più a governare, ma a sentire, a possedere, a prendere. Quando Trump dice che il suo limite è la sua moralità, sta dicendo esattamente questo: io sono il confine. Io sono la misura. Io sono lo Stato.

A rendere tutto più torbido c’è il linguaggio religioso. Trump si percepisce, e viene raccontato, come un prescelto. Un mandato che viene dall’alto. Non è fede. È una strategia antica. Gli imperatori romani si facevano divinizzare per sottrarsi al giudizio degli uomini. Trump non chiede templi, ma fedeltà. Se il potere viene da Dio, allora nessuna istituzione umana può limitarlo. Chi critica non è un avversario politico. È un empio.

È qui che Immanuel Kant entra come linea di frattura. Kant aveva capito che affidare il limite del potere alla coscienza del governante significa rinunciare alla libertà. Significa sperare nella bontà del capo.

Ma la speranza, in politica, è una resa. Le democrazie esistono per togliere al potente la possibilità di decidere da solo quando fermarsi. Trump, con una frase, cancella questa architettura e chiede di essere creduto.

La similitudine con gli imperatori romani arriva fino alla materia più concreta, quella che non ha bisogno di interpretazioni sofisticate. Trump usa il potere per arricchire se stesso e la sua famiglia. Non come incidente, ma come metodo. Pubblico e privato fusi. La carica come leva di accumulazione. È la logica predatoria dell’Impero: il potere come bottino. Prendere tutto finché si può. Senza misura. Senza vergogna.

Qui l’egocentrismo smette di essere un tratto caratteriale e diventa fame. Una fame rapace, mai sazia. Denaro, consenso, immunità, adorazione. Acchiappare tutto ciò che è possibile acchiappare. E chi prova a mettere un limite diventa un nemico.

«L’unico limite al mio potere è la mia moralità»

Quando il potere arriva a dire questo, non siamo davanti a una deviazione momentanea. Siamo davanti a una dittatura moderna che non ha bisogno di stivali né di parate. Una dittatura che mantiene le elezioni, ma svuota le regole. Che lascia in piedi le istituzioni, ma le piega.

Che non sospende la democrazia, la consuma dall’interno. È un fascismo nuovo, senza dottrina e senza pudore, fondato sull’ego del capo, sulla fede personale, sull’idea che il limite sia un difetto e non una garanzia. E come ogni potere imperiale che si riconosce solo in se stesso, si circonda di braccia armate che non rispondono alla legge, ma alla volontà.

La Immigration and Customs Enforcement diventa così la forza armata privata del nuovo imperatore, pretoriani senza uniforme rituale, autorizzati a uccidere e poi essere assolti dal potere, liberi di deportare senza prove, di esercitare forza senza responsabilità.

Non uno strumento dello Stato, ma una guardia personale. Non un apparato di legge, ma una milizia di fedeltà. È la stessa logica che teneva in piedi Caligola: uomini armati pronti a difendere il capo fino alla morte, perché il capo è la legge. Non governa. Preda. Non costruisce. Accumula.

Quando il potere diventa questo, la storia non lascia alternative: non produce ordine, produce obbedienza. Non produce grandezza, produce macerie.

Timostene