Era una fredda mattina di gennaio. Avevo lasciato i bambini a scuola e avevo appena rimesso in moto la macchina
Alla radio il deejay aveva appena smesso di dire qualcosa di importante, che non avevo colto del tutto.
Ed è partita Life On Mars? una delle più belle canzoni di tutti i tempi. Ma quella mattina era ancora più struggente. Avevo appena capito che era morto David Bowie. Era il 10 gennaio del 2016, erano dieci anni fa. E lo sconforto aveva preso chi amava il Duca Bianco, ma in fondo chiunque amasse la musica.
Ma nel giro di qualche ora, tra i fan, è nata una sorta di serenità collettiva. Una specie di consapevolezza. L’idea che David Bowie non fosse morto, ma che fosse semplicemente tornato dal posto da cui era venuto, per portare sul nostro pianeta la musica, l’arte, la cultura, la curiosità.
L’Uomo delle Stelle, l’Uomo che cadde sulla Terra era soltanto tornato a casa, al suo pianeta. E da lì continua a guardarci. Forse gli manchiamo. O forse no. D’altra parte ci aveva avvisato con Lazarus, uno dei singoli tratti dal suo ultimo album, Blackstar. Con quelle parole, “Look up here, I’m in heaven / I’ve got scars that can’t be seen”.
“Guarda in alto, sono in paradiso / Ho delle cicatrici che non si possono vedere”. E con quel video evocativo, su un letto d’ospedale, bendato ma con dei bottoni a rappresentare gli occhi. Ascoltare Lazarus, e tutto l’album Blackstar, allora, è stato doloroso e catartico. E lo è ancora.


