Un carabiniere condannato per aver reagito a un’aggressione armata che aveva già ferito un collega. Il caso Marroccella riapre una ferita profonda: quali tutele reali hanno oggi le forze dell’ordine?
La condanna in primo grado a tre anni e mezzo di reclusione inflitta al carabiniere Emanuele Marroccella ha provocato sgomento e indignazione diffusa. Non solo tra gli operatori della sicurezza, ma anche tra cittadini che faticano a comprendere il senso di una decisione giudiziaria che colpisce un militare in servizio, intervenuto in un contesto di violenza immediata.
Settembre 2020, quartiere Eur di Roma. Un controllo per rumori sospetti in un ufficio vuoto. Un intervento ordinario che, nel giro di pochi istanti, si trasforma in un’aggressione: un ladro armato di cacciavite colpisce all’addome un carabiniere. L’uomo non si ferma all’alt. È in quel momento che Marroccella spara due colpi con l’arma d’ordinanza. Uno colpisce l’aggressore.
Da lì, l’azione operativa lascia spazio a un lungo e logorante percorso giudiziario culminato con una condanna che oggi divide e interroga il Paese. Tanto da spingere il ministro della Difesa, Guido Crosetto, a contattare personalmente il militare, come riferito dal sindacato Usmia dei Carabinieri. Un gesto non solo umano, ma anche politico.
La questione, però, va ben oltre il singolo caso. Qual è oggi il confine reale tra legittima difesa e responsabilità penale per chi indossa una divisa? E soprattutto: è giusto giudicare l’operato di un agente applicando criteri astratti a decisioni prese in pochi secondi, sotto minaccia, con una vita già messa in pericolo?
Il principio di proporzionalità dell’uso della forza è un pilastro dello Stato di diritto. Ma quando viene applicato ex post, con il conforto della calma e della distanza, rischia di trasformarsi in una trappola per chi è chiamato a intervenire nel caos e nell’urgenza. Nessun addestramento può eliminare l’imprevedibilità di uno scontro reale. Nessuna norma può azzerare il fattore umano.
Il rischio è evidente: demotivare e paralizzare chi è chiamato a garantire la sicurezza. Se l’intervento per fermare un aggressore armato può portare a una condanna penale, il messaggio che passa è devastante. Non solo per le forze dell’ordine, ma per l’intero sistema di sicurezza pubblica.
Non si tratta di invocare impunità, né di mettere in discussione l’autonomia della magistratura. Si tratta di riconoscere che esiste una frattura sempre più evidente tra il sentire comune e l’esito di alcune decisioni giudiziarie. Una frattura che alimenta sfiducia e smarrimento.
Il cittadino resta esterrefatto davanti a uno Stato che appare severo con chi lo difende e spesso indulgente con chi delinque. È una percezione pericolosa, che va affrontata con serietà, senza slogan ma anche senza ipocrisie.
Serve una riflessione profonda, normativa e culturale, sulla tutela giuridica degli operatori delle forze dell’ordine nell’esercizio delle loro funzioni. Perché uno Stato che chiede ai suoi servitori di rischiare la vita non può poi lasciarli soli nel momento del giudizio.
La giustizia deve essere rigorosa, ma anche comprensibile e credibile. Altrimenti la domanda, sempre più insistente, resterà senza risposta: chi difende chi ci difende?
cav. Giuseppe PRETE pres. EUROPEAN CHANCELLOR WOA




