Dovevano essere il manifesto di una nuova stagione dei grandi eventi, sobri, sostenibili, leggeri per le finanze pubbliche e rispettosi dei territori. Sono diventate l’esatto opposto. Un caso emblematico di esplosione dei costi, di opacità decisionale e di uso politico delle infrastrutture, in cui ogni promessa iniziale è stata progressivamente disattesa.
Oggi il conto complessivo, considerando opere sportive, infrastrutture e interventi connessi, oscilla tra oltre 3,8 miliardi e quasi 6 miliardi di euro, a seconda che si includano o meno le opere finanziate direttamente dallo Stato e dagli enti territoriali. Non un semplice sforamento, ma un cambio di scala che ha trasformato un progetto dichiarato sostenibile in un buco finanziario strutturale. Il secondo dato riguarda i debiti. La Fondazione Milano Cortina ha accumulato in pochi anni oltre 100 milioni di euro di passivo, con bilanci in rosso già prima dell’avvio dei Giochi.
Un dissesto che ha reso necessario l’intervento del governo per evitare il collasso, portando a una ridefinizione dell’assetto giuridico dell’ente. Il messaggio implicito è stato chiaro: i conti non tornano, ma il problema non va risolto correggendo le scelte. Va aggirato cambiando le regole. È in questo contesto che si inserisce uno degli episodi più emblematici dell’intera vicenda, il caso Deloitte. Un appalto da circa 174 milioni di euro, affidato a Deloitte senza gara pubblica per servizi di consulenza, comunicazione e gestione. Un affidamento che ha sollevato contestazioni giudiziarie e interrogativi evidenti sull’opportunità della procedura, e che è stato di fatto reso inattaccabile da un successivo intervento normativo. Non un dettaglio tecnico, ma un esempio concreto di come le Olimpiadi siano state gestite come un’area franca, sottratta ai normali meccanismi di controllo. Il simbolo più evidente di questo modello resta la pista da bob di Cortina. L’Italia aveva già una pista, a Cesana, costruita per Torino 2006 con oltre cento milioni di euro pubblici e poi abbandonata.
Quell’impianto poteva essere recuperato con una spesa stimata tra i 15 e i 30 milioni di euro. I dossier tecnici esistevano. Le proposte istituzionali pure. Si è scelto invece di costruirne una nuova a Cortina per oltre 80 milioni di euro, in un’area fragile, con abbattimento di alberi, consumo di suolo e deroghe paesaggistiche. Tutto questo per discipline praticate in Italia da poche decine di atleti e senza un piano credibile di utilizzo futuro. Non si tratta di un errore di valutazione. È stata una scelta politica, assunta contro soluzioni più economiche e più razionali, per evitare che il Veneto perdesse una parte delle competizioni. Una scelta che il Comitato Olimpico Internazionale aveva esplicitamente sconsigliato, ricordando che non era affatto necessario costruire nuovi impianti di questo tipo e che senza una prospettiva post olimpica le piste da bob sono destinate a diventare cattedrali nel deserto
. Il resto del quadro conferma la stessa logica. Cantieri aperti in aree a rischio idrogeologico, opere viarie privilegiate rispetto al trasporto ferroviario, infrastrutture presentate come olimpiche che non saranno pronte per i Giochi, deroghe urbanistiche che hanno stravolto il territorio di Cortina e delle valli circostanti. La sostenibilità, fiore all’occhiello del dossier di candidatura, è stata sacrificata passo dopo passo in nome dell’urgenza, della visibilità e della propaganda. Ogni critica è stata respinta come sabotaggio. Ogni inchiesta liquidata come sciacallaggio. Report ha documentato ritardi, sprechi e contraddizioni, ma la risposta politica è stata sempre la stessa: negare, minimizzare, blindare.
Mai correggere. Quando nel 2026 si accenderà il braciere olimpico, la narrazione ufficiale parlerà di successo, di orgoglio nazionale, di rilancio dei territori. Ma sotto quella superficie resterà un’eredità pesante: miliardi di euro spesi, debiti accumulati, impianti senza futuro e un’idea di gestione pubblica che considera l’evento eccezionale come una sospensione permanente delle regole. Milano Cortina non è diventata insostenibile per caso. È stata resa tale da una serie di scelte politiche precise, rivendicate e difese. Salvini ha trasformato le Olimpiadi in uno strumento di potere e di consenso, accettando che il conto venisse rinviato a dopo, quando le luci si sarebbero spente. Quel conto ora è evidente. Non è solo economico. È un debito di credibilità istituzionale che resterà molto più a lungo delle piste, delle strade e delle promesse.
Timostene



