Il Nord dimenticato non ama più Salvini

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Il processo del Nord a Matteo Salvini è iniziato da un pezzo ma aspettiamoci che adesso, ai blocchi di partenza di una campagna elettorale decisiva, si faccia più esplicito, quotidiano, insistente.

Negli ultimi tre anni il Capitano si è perso per strada tutti gli atout che inorgoglivano il suo vecchio mondo di riferimento: efficienza, connessioni europee, rilevanza nelle sedi di governo.

Lo ha fatto un po’ per inseguire il consenso, un po’ per incapacità di ripensarsi, ma comunque non sembra intenzionato a tornare indietro o a trovare soluzioni creative per recuperare i tratti identitari che hanno fatto le fortune della Lega.

L’idea del Carroccio come “partito del fare”, innanzitutto. Era quel mood pragmatico, risolutore di problemi, che aveva reso il leghismo credibile interlocutore delle aree più produttive del Paese. È affondato insieme al crash del progetto per il ponte sullo Stretto, all’impantanamento dei cantieri per cui si invoca un super-commissario, al disastro sistematico dei treni.

Non è cosa da poco. Il dinamismo operativo ha cementato per decenni l’idea di sé del Nord: più europea che italiana, più in sintonia con la Baviera o la Vallonia che con la Calabria o la Campania. Richiede impegno all’altezza, duro lavoro, cose che si vedono assai poco nel quotidiano del Capitano.

Ma anche quel tipo di sentimento generale, quel “sentirsi Europa” delle regioni di confine, è stato tradito dal populismo sovranista che Salvini ha scelto come cifra.

Il Nord lo ha perdonato finché voti e sondaggi sorridevano e consentivano di dire: è solo grancassa, serve a prendersi Palazzo Chigi.

Oggi che quell’ambizione è seppellita dai fatti e tutt’al più Salvini può aspirare al Viminale, l’imprenditore veneto o lombardo medio si chiede: ma come saremmo finiti se avesse comandato lui, uno che per compiacere Donald Trump ha definito i dazi un’opportunità e preferisce Viktor Orban ai nostri storici alleati e soci in affari?

E poi, il vero nervo scoperto del Nord: la scarsa capacità del leader leghista di incidere nei processi di governo. Se Umberto Bossi, benché minoritario, benché provocatorio, benché altamente rivendicativo, sedeva con Silvio Berlusconi davanti al caminetto di Arcore ogni settimana, Salvini non è riuscito a innescare un analogo rapporto con Giorgia Meloni. Anzi, il suo istinto competitivo lo ha reso una sorta di opposizione interna alla premier, che cerca luce contestandone in ogni sede le scelte.

Flavia Perina