“Zecche”, “rosiconi”, “maduristi”: la triste mappa degli ultrà meloniani

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I social sono una enorme cloaca a cielo aperto, che nessuno si guarda bene dal regolamentare perché l’ignoranza fa comodo a tutti (anzitutto a chi ci governa), ma sono anche una efficacissima cartina al tornasole della società

Ne emerge un’umanità perlopiù stolta, smarrita e incarognita, analfabeta, cinica e violenta. Una tale rumenta indistinta si scorge anche nei commenti che l’ultrà medio di destra, vomita addosso a chiunque non abbia il poster della Meloni (o di Donzelli vestito da Minnie). Ecco alcune tipologie.

Insulto e/o minaccia. L’hater di destra (e non solo di destra) insulta e/o minaccia, e lo fa pure credendo che la sua sia “libertà di pensiero” e “diritto di critica”. Quando lo quereli si stupisce, ritenendola una stortura istituzionale inaudita, poi però quando fanno saltare l’auto di Ranucci – o il governo querela questo e quello – gli va benissimo.

Ignoranti come capre sceme, tali haters – per sfuggire alla condanna – accampano poi scuse mitologiche: “Non volevo insultare, non ero io, mi hanno rubato l’account, avevo litigato con la fidanzata, ero depresso, mi hanno licenziato, aveva perso l’Inter”. E via così, col solito coraggio da opossum in coma. Va poi notato come quasi sempre l’hater corrisponda fisicamente al classico sollevatore di coriandoli, e sia dunque in grado di incutere timore nella vita reale quanto la noce moscata. Anzi meno.

“Poveri comunisti”. Dileggio da asilo nido, che però – in un contesto dove il più intelligente spesso non capisce niente – assurge quasi a battutona, come hanno dimostrato Bernini e Sangiuliano. Poveretti.

“Zecche rosse”. Insulto antiquato, ma nelle fogne social lo si trova ancora. Non troppo tempo fa lo ha usato pure Salvini, che in via teorica sarebbe non solo un leader (ahah) di partito, ma anche un ministro (ahahahah) nonché vicepresidente del Consiglio (ciao core).

“Rosiconi”. Un grande classico: se critichi sei rosicone. Per quanto le perversioni siano infinite, continuo a non conoscere nessuno che sia invidioso di gente come Roccella o Pichetto Fratin. Mah.

“Ma(a)lox”. Variante farmacologica della precedente. Essendo analfabeta, l’hater scrive però “Malox”, con una sola “a”. Così come scrive “ai rotto le palle!”, senza la “h”. Daje!

“Senza Meloni non avreste lavoro”. Un altro classico. Se però gli fai notare che criticavi anche i governi precedenti, e ti dicevano le stesse cose quando al potere c’era gente come Berlusconi, Renzi e Salvini, allora il mono-neurone dell’hater va in crash.

“Sapete solo criticare”. E grazie al cavolo! Se al governo avete messo gli scappati di casa, se la seconda carica dello Stato è La Russa e se in maggioranza avete figuri come Gasparri, dobbiamo pure dirvi bravi?
“Tenetevi Maduro”.

L’hater non sa leggere né ascoltare. In più non capisce nulla di politica internazionale. Quindi, se hai appena detto una cosa contro Trump pur sottolineando le colpe infinite di Maduro, loro scriveranno comunque: “Rosichi per Maduro eh?”. Irrecuperabili.

“Antisemiti, putiniani”. Parlano quelli che il secolo scorso erano alleati con Hitler e fino all’altro giorno veneravano Putin (la Lega lo fa tuttora).
“E allora le foibe?” L’entry level dei benaltristi.

“Salis! Soumahoro!” Sono i nomi con i quali il citrullo social destrorso crede di poter giustificare le continue boiate dei suoi idoli.

“Comunisti col Rolex”. Invecchiata malino, quasi come le spalline degli Anni Ottanta, ma tutto sommato ancora in voga.

“Candidati tu!”. Non puoi criticare un politico se non ti candidi pure tu. Quindi, secondo tale ragionamento, Barbero non può criticare Napoleone perché non ha combattuto a Waterloo?
“Siete solo radical-chic”. Per forza: meglio radical-chic che “paracul-grezzo”, o peggio ancora “cafonal-fascio”!

Andrea Scanzi