Il padre di Galileo Galilei fu un grande musicista

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Non è un dettaglio marginale. È anche da lì che nasce la riflessione profondissima che Galilei dedicò alla musica, una riflessione sorprendentemente moderna.
La scorsa settimana, ho già ricordato come, parlando di pittura e scultura, Galilei avesse negato ogni legame necessario tra imitazione e realtà, attribuendo all’astrazione il valore supremo per esprimere passioni, sentimenti ed emozioni. Questa stessa idea egli la estese alla musica, riconoscendole una potenza espressiva autonoma, indipendente dalla descrizione del reale.
La cultura dominante del suo tempo sosteneva invece che l’emozione musicale potesse nascere solo da un’unione indissolubile tra poesia e suono.
Persino il grande Marin Mersenne riteneva che il valore della musica fosse soprattutto percettivo, e lo stesso padre di Galilei affermava che il testo fosse l’elemento centrale della composizione musicale.
Galilei si oppose a questa visione. Intuì che la musica possiede una forza intellettuale e morale propria, capace di parlare direttamente alla mente e allo spirito dell’uomo, senza bisogno di parole.
Oggi lo diamo per scontato; allora era una vera rivoluzione culturale.
Con secoli di anticipo, Galilei anticipò ciò che Jacob Burckhardt avrebbe formulato molto più tardi: la musica va compresa come musica pura, distaccata dal linguaggio verbale. La sua potenza espressiva raggiunge il massimo quando i suoi mezzi — il suono — sono nettamente distinti dalla realtà che non intendono imitare.
Ancora una volta, Galilei ci insegna che l’arte, come la scienza, non nasce dalla copia del mondo, ma dalla capacità di astrarne la logica profonda e trasformarla in conoscenza ed emozione.