Breve storia della sinistra in Italia

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Si è celebrato il Concistoro solenne della sinistra italiana.

L’occasione è stato il cinquantennale della nascita del quotidiano la Repubblica in cui sono convenuti gli stati generali della sinistra intera e i suoi alleati.

C’erano o ci sono passati davvero tutti, come capita ai funerali di un Papa e al Conclave che ne consegue.

O come fu, ai suoi tempi, il funerale di Enrico Berlinguer, l’ultimo grande evento di popolo del PCI (più in piccolo lo stesso congedo avvenne per il MSI coi funerali di Almirante, quattro anni dopo).

Il Concistoro de la Repubblica è stato indubbiamente un’occasione più significativa di un congresso del PD, per intenderci. È l’occasione per fare un bilancio e una riflessione generale sulla sinistra tra ieri e oggi.

Cinquant’anni fa accaddero due eventi che cambiarono in modo decisivo la sinistra in Italia: uno fu l’avvento alla guida del Partito Socialista di Bettino Craxi, di cui domani ricorre l’anniversario della morte; l’altro fu appunto la fondazione de la Repubblica dal seno de l’Espresso.

Con questi due avvenimenti fu liquidato di fatto il vecchio Pci e prese corpo la modernizzazione della sinistra, ben tredici anni prima della caduta del comunismo e poi della fondazione del Partito democratico, allora Pds.

Sul piano ideologico, il passaggio fu dal socialismo di Marx al socialismo di Proudhon, che Craxi, delfino di Pietro Nenni, consegnò proprio a l’Espresso; un testo ispirato da Luciano Pellicani, anche se Proudhon fu solo un pretesto per tagliare la barba al profeta Marx e per tagliare i ponti col vecchio Psi subalterno al Pci.

La Repubblica, invece, propose un disegno diverso, sintetizzare il mondo della sinistra, dal PCI al movimento venuto dal ’68, dalla cattolicesimo democratico al socialismo liberale e azionista, in una specie di ecumenismo liberal e radical, in cui cioè l’evoluzione del comunismo non fosse verso la socialdemocrazia europea ma verso qualcosa più in linea con la Left atlantica. Per dirla in breve, un passaggio da Gramsci a Gobetti o forse una sintesi (il cosiddetto gramsciazionismo).

In questo progetto venivano via via convogliati i partiti laici, il cattolicesimo democratico e il vecchio PCI.

Non si trattava del catto-comunismo, come lo aveva prefigurato Franco Rodano, in cui permaneva viva la tensione ideale e morale, l’impronta cattolica, comunista e anticapitalista, popolare e anticapitalista; ma segnava piuttosto la fuoruscita dall’oscurantismo cattolico e comunista verso un nuovo illuminismo laicista, nel segno della modernità occidentale.

La Repubblica nasceva da una costola del settimanale L’Espresso, si reputava discendente del Mondo di Panunzio e i suoi giornalisti provenivano in parte dalla galassia extraparlamentare e dai giornali alla sinistra del PCI, alcuni dal Corriere della sera (come Giampaolo Pansa) e dal Giorno (come Giorgio Bocca). Più rari da l’Unità.

Veniva liquidato della sinistra il tratto nazionalpopolare e anticapitalista, lo spirito a suo modo religioso e non moderno (potremmo quasi dire pasoliniano), e veniva prefigurato l’incontro della sinistra con le forze produttive, imprenditoriali, capitalistiche, con i laici e con una Dc liberata dall’ispirazione cristiana e conservatrice, modernizzata, allora identificata in De Mita e nei suoi alleati (Moro era un’altra cosa).

Curiosamente, questo progetto trasversale – che Augusto del Noce colse più di tutti – ebbe come antagonista non solo il mondo conservatore, tradizionalista, ma anche il PSI di Craxi, disegnato non a caso come un nuovo duce, decisionista e patriottardo.

Veniva liquidato il vecchio antiamericanismo della sinistra sub-sovietica; e veniva adottato un filoamericanismo intermittente, che si interrompe quando va al potere un conservatore o peggio un Tycoon come Trump; allora rinasce l’antiamericanismo. Col nazionalpopolare veniva liquidato non tanto Gramsci – reinterpretato in chiave gobettiana e quasi liberal- ma la vecchia tradizione comunista che potremmo definire dei Peppone e dei Peppino: ove Peppone è il mitico sindaco comunista padano disegnato da Guareschi e Peppino è il sindacalista Di Vittorio, il leggendario leader della Cgil dalla parte dei “cafoni”.

Finiva l’antico legame col proletariato, contadino e operaio, e avveniva una graduale sostituzione del compagno di borgata col borghese di città, ex studente sessantottino con l’eskimo, poi magari insegnante, dedito a un’attività intellettuale e borghese; quello che pure il compagno regista Ettore Scola prenderà in giro nel film la Terrazza e che gli avversari chiameranno radical chic.

Dopo il ventennio scalfariano, avvenne un’ulteriore svolta: la Repubblica si spostò sempre di più – nella proprietà, nella direzione ventennale di Ezio Mauro e nella guida ideologica – da Roma al Piemonte e i due elementi preminenti furono l’antiberlusconismo e l’antifascismo.

Avveniva una sostanziale trasmutazione: il nemico principale non era più il capitalismo presente ma il fascismo passato, elevato dal guru principale di quel mondo, Umberto Eco, a eterno (Ur-fascismo) fino a coincidere con la tradizione.

L’antiberlusconismo serviva a dare ancora una faccia da padrone e da riccone al nemico; per giunta Berlusconi era stato amico di Craxi e fu lo sdoganatore della destra postfascista.

Dunque, tutti i requisiti per elevarlo a nemico assoluto, anche perché il centro alleato alla destra vince. Mentre si avversava il malefico Cavaliere si sposavano i grandi padroni piemontesi, da Carlo De Benedetti, diventato editore de la Repubblica, al gruppo Agnelli, diventato editore prima del Corriere e infine editore de la Repubblica, oltreché la Stampa.

Marcello Veneziani