Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati
È la prima volta che questo riconoscimento viene attribuito in forma congiunta, e non è un dettaglio: è una scelta che parla chiaro.
Non si tratta di un atto accademico neutro o simbolico. È una presa di posizione politica ed etica in un tempo segnato dalla complicità, dal silenzio e dalla repressione del dissenso.
Mentre governi, media e istituzioni internazionali cercano di intimidire, isolare e delegittimare chi osa dire la verità, Francesca Albanese ha esercitato il proprio mandato con indipendenza, rigore giuridico e coraggio morale, documentando senza ambiguità le violazioni sistematiche del diritto internazionale e l’oppressione strutturale inflitta al popolo palestinese.
I suoi rapporti, fondati su fatti, diritto e responsabilità, hanno avuto il merito di chiamare le cose con il loro nome, rompendo il muro dell’ipocrisia diplomatica: il genocidio in corso a Gaza. Una tragedia che non è solo umanitaria, ma politica e morale, e che rappresenta una delle più profonde fratture del nostro tempo, smascherando l’inconsistenza di un ordine internazionale che si proclama fondato sui diritti umani mentre ne tollera la negazione più estrema.
È prevedibile che questo conferimento scateni nuove reazioni ostili, campagne diffamatorie e attacchi personali, come già avvenuto contro la stessa Relatrice Speciale.
Ma è proprio per questo che la decisione delle tre università belghe va oltre il riconoscimento individuale: è un atto di resistenza istituzionale, una difesa pubblica della verità, del diritto internazionale e del ruolo dell’accademia come spazio di responsabilità, non di complicità. In un’epoca di conformismo e paura, questa scelta indica da che parte stare.



