Mario Vespasiani: il valore di un artista museale

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Nel panorama mutevole e contraddittorio dell’arte contemporanea, dove l’immagine spesso si consuma nella rapidità dello sguardo, Mario Vespasiani appare come un riferimento.

Definito il gentleman dell’arte, il pittore-zen, il cavaliere dello spirito, la grande anima dell’arte italiana, le sue opere non si limitano a essere viste; chiedono di essere attraversate, come soglie che conducono in territori dove il colore diventa respiro e il simbolo si fa rivelazione.

Nato nel golfo di Venezia nel 1978, tra il mare e le colline che sembrano onde impercettibili, Vespasiani porta nella sua pittura la stessa tensione tra quiete e movimento che anima le atmosfere che ha vissuto. Ogni suo ciclo creativo è un viaggio autonomo, una costellazione di immagini che dialogano tra loro come capitoli di un romanzo spirituale, difatti non dipinge per descrivere, ma per evocare: ciò che emerge dalle sue tele è un mondo sospeso, dove la materia pittorica si trasforma in energia.

C’è sempre, nei suoi lavori, una luce che non appartiene al giorno né alla notte, una luce interiore, che sembra provenire da un altrove remoto e insieme intimo.

Le sue superfici vibrano come se custodissero un segreto e lo spettatore, avvicinandosi, avverte la sensazione di essere chiamato a decifrare un linguaggio antico, fatto di segni, di presenze, di silenzi. Vespasiani non teme la profondità, anzi, la affronta, in quanto la sua pittura è per certi versi un atto di immersione: scende negli strati dell’esistenza, ne raccoglie i reperti e li trasforma in visioni.

Ogni opera è un frammento di un dialogo più grande, un tentativo di dare forma a ciò che sfugge, di trattenere l’istante in cui il visibile e l’invisibile si sfiorano e la mostra Stars and Tears in corso a Pescara al Museo delle Genti d’Abruzzo, testimonia la ricchezza del suo contributo all’arte italiana.

La sua ricerca, che ha conquistato la totale fiducia delle istituzioni museali, come di studiosi di discipline diverse, dalla filosofia alla teologia, dall’antropologia all’astrofisica, testimonia la natura e la vastità trasversale del suo pensiero. Vespasiani non si limita a creare immagini: costruisce aree di significato.

E in questi mondi lo spettatore non è un semplice osservatore, ma un protagonista invitato a interrogarsi, a perdersi, a ritrovarsi.

Così, davanti alle sue opere, si ha la sensazione di essere posti di fronte a una soglia, che non separa, ma unisce: l’uomo e il mistero, la memoria e il futuro, la fragilità e la meraviglia. Mario Vespasiani ci ricorda che l’arte non è solo un gesto estetico, ma un atto di conoscenza. E che, quando è autentica, sa ancora parlare al cuore dell’uomo con la forza di un’epifania.

Agli esordi il percorso artistico Mario Vespasiani appariva già determinato a decifrare nuove dimensioni e nel prosieguo della sua ricerca si è manifestato come un custode di soglie: un artista che non si limita a varcarle, ma le abita, le ascolta, le trasforma in luoghi di risonanza.

Le sue opere diventano così spazi in cui il tempo sembra dilatarsi, come se ogni colore fosse un frammento di memoria che chiede di essere interrogato. Col passare degli anni, la sua pittura ha assunto una personale densità, come se avesse imparato a cogliere immediatamente ciò che resta nascosto sotto la superficie delle cose.

Le sue tele non raccontano più soltanto un altrove possibile, sembrano custodire il movimento stesso del pensiero, il suo farsi e disfarsi, il suo oscillare tra rivelazione e mistero.

In questo cammino, Vespasiani ha affinato una capacità rara: quella di trasformare l’esperienza personale in un linguaggio universale.

Non c’è mai autobiografia diretta nelle sue opere, eppure ogni ciclo porta con sé il segno di un attraversamento, di una metamorfosi. È come se l’artista, invece di narrare la propria storia, ne distillasse l’essenza, restituendola sotto forma di simboli che parlano a chiunque sappia sostare davanti a un’immagine senza pretendere risposte immediate.

La sua pittura, pur rimanendo fedele a una dimensione visionaria, ha acquisito una limpidezza che non rinuncia alla complessità. È una limpidezza che non semplifica, ma chiarifica: come l’acqua che pur scorrendo tra le rocce, mantiene intatta la sua trasparenza, in questa si riflettono le domande che l’artista pone al mondo e a se stesso: che non cercano facili soluzioni, ma aperture.

Ciò che affascina, osservando l’evoluzione del suo lavoro, è la sua capacità di rinnovarsi senza perdersi.

Ogni ciclo sembra nascere da una necessità interiore, come se l’artista fosse guidato da una bussola invisibile che lo orienta verso territori sempre nuovi.

Eppure, in questa continua metamorfosi, rimane riconoscibile una voce, un respiro, una tensione che appartengono solo a lui. Vespasiani non costruisce semplicemente immagini, quanto esperienze. Le sue opere non chiedono di essere interpretate, ma vissute. Sono inviti a a lasciarsi attraversare, a riconoscere che l’arte può ancora essere un luogo di incontro tra il visibile e l’indicibile. In un’epoca dominata dalla velocità, la sua pittura è un atto di resistenza: un richiamo alla profondità, alla meraviglia, alla possibilità di guardare oltre ciò che appare.

MARIO VESPASIANI

STARS AND TEARS

a cura di Giuseppe Bacci e Francesco Binetti

MUSEO DELLE GENTI D’ABRUZZO 

PESCARA

Periodo: fino all’8 febbraio 2026

MARIO VESPASIANI presente alla

XVI BIENNALE D’ARTE SACRA

a cura di Giuseppe Bacci

MUSEO STAURÒS 

SAN GABRIELE (TE)

Periodo: fino 31 gennaio 2026