L’ultimo concerto dei Genesis, a Londra, anno di grazia 2022, è stata la summa di una vita
Il Bignami di un destino glorioso e drammatico. Quello di Philip David Charles Collins, che oggi taglia il traguardo dei 75 anni.
Un gigante piegato su una sedia, un colosso della musica del ventesimo secolo che, in pochi mesi, si è trasformato in un anziano signore magro, macilento, malfermo.
Il volto pallido, emaciato, gli occhi persi, la mano che tremava sostenendo il microfono.
Soffre, Phil. Costretto alla quasi immobilità dalle vertebre consumate da mezzo secolo di percussioni, di piatti e tamburi, di quel piede che scuoteva la cassa: un uomo che ha regalato tutto se stesso, e fatalmente anche la sua salute, alla missione della sua vita.
Faceva male al cuore vedere quell’omino stremato, magrissimo, invecchiato di decenni in un attimo. Cantava, Phil, i capolavori partoriti con i Genesis dai primi anni Settanta, leggende del rock progressivo (o gotico, definizione meravigliosa) la memoria più forte di una voce ormai flebile, crudelmente incapace di arrivare alle incredibili estensioni di un tempo, e lui lì, a provarci, a contorcersi per seguire il pentagramma.
Faceva tenerezza, non pena. Perchè il coraggio non può far pena: rimettersi in gioco, provarci, rispettare la propria leggenda.
Perchè questo è stato quell’omino dalle vertebre compromesse, rannicchiato su quella sedia: una leggenda della musica, un idolo planetario.
Come batterista e frontman dei Genesis, dopo l’addio di Peter Gabriel, ma anche uno straordinario solista, capace di vendere decine di milioni di dischi in tutto il globo, di produrre leggendarie colonne sonore, di performare da attore e intrattenitore.
Dal natìo sobborgo londinese di Chiswick a quell’ultimo, struggente concerto, Phil Collins ha vergato a lettere d’oro il libro mastro della musica.
La sua voce ci accompagna ogni giorno dalle radio, dai computer, dalla tv: scandisce le nostre giornate, e di ogni brano conosciamo parole, ritornello, note, sfumature. Ognuno di noi porta un pezzetto di Phil Collins, e degli straordinari Genesis (Rutherford, Hackett, Banks, Stuermer, Thompson) dentro di se.
Con un ricordo scritto a lettere d’oro nel libro mastro della mia giovinezza: settembre 1982, l’oceanico concerto a Tirrenia, area Cosmopolitan, lui da lontano così piccolo che saltava da una parte all’altra del palco, e la sua voce che usciva come un tuono potente e suadente dagli enormi altoparlanti.
Così quel gigante resta tale, anche se la vita terrena lo ha ridotto un omino che oggi festeggia i 75 anni tenendosi in piedi a stento con un bastone.
Chi è dentro il nostro cuore resta sempre giovane, dietro alla sua batteria, i capelli lunghi e la barba anni Settanta, o la versione solista che mise a ferro fuoco gli Ottanta e i Novanta, mago della batteria, ottimo pianista, frontman capace di incendiare ogni concerto, come quando faceva saltaret duecentomila persone stipate sulle tribune e sul prato di Wembley.
Phil Collins questo resterà per tutti noi, un genio, un artista a tutto tondo, uno straordinario protagonista delle nostre vite, con le sue canzoni, i suoi acuti, i suoi virtuosisismi. Resta con noi, dentro di noi, vecchio, malandato, sofferente nel corpo e nella voce, ma per sempre un gigante.



