La crisi infatti colpisce i diversi Paesi in modo assolutamente difforme, esalta tra loro i motivi della competizione fino a renderli di peso politico e strategico. Resta come perno della potenza economica, tecnologica, militare dell’Occidente soltanto l’America.
Con le guerre è l’Europa che paga, certo, ma è drammatico che l’America non comprenda come l’inarrestabile indebolirsi del ruolo europeo sia segno di una crisi complessiva, che può tradursi soltanto nella costante crescita di potere, in tutti i settori, dei grandi complessi economico-politici dell’Oriente.
Non è diventata oggi una operazione idiota condotta in modo consapevole quella di indebolire i Paesi europei, mirare a distruggerne ogni parvenza di unità sulle questioni strategiche? Non sarebbe intelligente, difronte alle nuove grandi potenze, ricostruire l’alleanza intorno a due soggetti davvero forti entrambi, Stati Uniti e Europa?
Come è possibile essere tanto ciechi da continuare a ritenere una minaccia alla propria egemonia un sistema economicamente e politicamente unito degli Stati europei? L’Occidente continua a vivere nel sogno di un mondo governato dal Campidoglio di Washington.
Gli europei lo hanno – altra operazione idiota condotta consapevolmente – assecondato da gregari dopo la caduta del Muro. E ora il risveglio è doloroso. Ma il risveglio può essere anche propizio, se ci condurrà a riformulare i criteri dell’alleanza e a comprendere che l’Occidente deve lavorare, senza utopie di Stato mondiale, a stringere il globo in una rete di accordi, di patti, di compromessi.
Ricostruire una forma di diritto internazionale significa oggi comprendere quali sono gli interessi materiali non solo dei Paesi europei, ma dell’intero Occidente. Continuare a far valere la logica del più forte funziona fino a quando lo sei, appena gli equilibri mutano genera solo disordine e insicurezza.
Oggi è utopistico pensare di dar vita a un ordine internazionale basato sull’egemonia indiscussa di qualcuno, ed è invece realistica soltanto l’idea di fondarlo su un Diritto, che riconosca poteri e ragioni dei grandi spazi politici in cui si articola il globo.
Continuare col diritto del più forte, quello che ci ha portato da tragedia a tragedia negli ultimi trent’anni, comporterà non solo approssimarsi sempre più all’orlo della catastrofe, ma anche rendere ingovernabili le contraddizioni sociali all’interno dei nostri Paesi.
L’idea del Diritto è in qualche modo indivisa: il crollo del Diritto internazionale non è altra cosa dalla crisi dello Stato di diritto. Anche qui, alla fine, si affermerà il dominio di quelle potenze che si credono dotate di intrinseca normatività, che mirano alla soddisfazione dei propri interessi al di là di ogni idea di bene comune. E che così facendo moltiplicano disuguaglianze, contrasti, conflitti, destinati a minare alla radice ogni assetto democratico.
Sono questi processi che seminano i nazionalismi e i razzismi. È la resa delle politiche occidentali alla logica del più forte che genera i fenomeni dell’estrema destra vittoriosa un po’ ovunque. E gli eredi del vero liberalismo, delle socialdemocrazie e dei cristiano-popolari a far la guerra dei dazi e a contendersi la Groenlandia…
Avviso ai naviganti: si sta formando nelle nostre società un malcontento, un disagio, un senso di frustrazione così diffusi, così forti, si sta aprendo un tale abisso tra le attese, le aspettative e le speranze di qualche decennio fa e la realtà attuale, sembrano così indifendibili ormai gli stessi diritti dell’individuo, che tutto potrebbe esplodere senza che nessuno lo programmi o lo guidi.
La febbre cresce nella nostra struttura sociale, ma sembra che non si disponga neppure del termometro. Mentre le forze che sono eredi delle idee che hanno portato l’Europa e il mondo a due guerre mondiali sono a un passo dall’andare al governo in Paesi chiave dell’alleanza atlantica, i leader che dovrebbero controbattere a tale deriva si concedono a vergognose rappresentazioni.
Ecco l’ultimo fulgido esempio che mi è capitato di ammirare: una foto del ministro Tajani (quello che vuole il Ponte di Messina in vista di uno sbarco dei cinesi in Sicilia) e qualche altro diplomatico sorridenti al fianco di Ahmed al-Sharaa, che si faceva chiamare Abu Muhammed al-Jolani, già prigioniero degli Usa per terrorismo, ex militante Al-Quaeda in Iraq, che ha conquistato Damasco a capo di un’alleanza jahidista e rovesciato quell’altro assassino di Bashar al-Assad nel dicembre del ’24.
Tajani ha chiesto notizie all’amico sulla nazione curda? Ricordate i curdi impiegati in prima linea contro l’Isis? Ricordate i 15mila morti che in quella guerra hanno dovuto piangere? Interessa alle nostre democrazie che questo popolo continui a essere assediato e bombardato da siriani, turchi e compagnia bella? Certo è destinata a crescere presso tutti i popoli la fiducia in quelle democrazie che abbandonano chi le ha aiutate.



