Il patibolo digitale

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Non è informazione. Non è giustizia. È un patibolo.

Nel caso di questi giorni, come in molti altri prima di quest’ultimo, il web ha mostrato il suo volto peggiore: una folla affamata di condanna, non di verità. Milioni di persone incollate allo schermo non per comprendere i fatti, ma per esercitare un potere effimero: giudicare senza responsabilità.

Il processo sui social è immediato e definitivo. Non prevede contraddittorio, non distingue tra colpa e persona, non ammette il diritto all’evoluzione. La sentenza è collettiva, la pena è l’umiliazione pubblica permanente.

Qui non si difende la legalità: si pratica vendetta emotiva. Il codice non è quello penale, ma quello dell’indignazione. Più feroce è il giudizio, più alto è il consenso.

Il punto più inquietante non è l’oggetto del linciaggio, ma chi partecipa con entusiasmo. In quel rito collettivo si scaricano frustrazioni private, rabbie sociali, fallimenti personali. Condannare un volto noto diventa un anestetico: per qualche istante ci si sente dalla parte giusta, senza fare nulla per migliorare sé stessi o la società.

Il paradosso è evidente: chi proclama disgusto è spesso il primo consumatore di quel racconto. Il “mostro” non viene respinto, viene sfruttato. Serve a riempire il vuoto, a evitare il confronto con le proprie responsabilità, a spostare l’attenzione dai problemi reali.

La giustizia è imperfetta, lenta, discutibile. Il linciaggio digitale, invece, è rapido, assoluto e irreversibile. Ed è proprio per questo che seduce.

Il web avrebbe potuto essere uno spazio di confronto. È diventato una macchina di demolizione. E forse il punto non è più chi ha colpa, ma chi accetta di vivere in una società in cui il giudizio sostituisce il pensiero, la condanna precede la comprensione e la coscienza si dissolve nella folla. Perché quando nessuno si sente responsabile, tutti diventano colpevoli.

cav. Giuseppe PRETE pres. EUROPEAN CHANCELLOR WOA