REFERENDUM, VANNACCI E DINTORNI: È GIÀ PARTITA LA CORSA AL QUIRINALE

0
10

Gli sguardi della politica in entrambi gli schieramenti si rivolgono non solo al dopo-Meloni, ma anche e soprattutto al dopo-Mattarella. La presidenza della Repubblica, quando applica rigorosamente il proprio ruolo costituzionale, diventa infatti il principale freno moderatore all’arbitrio governativo di una singola parte

Il plenum del Consiglio superiore della Magistratura, vero oggetto del quesito referendario del prossimo mese di marzo

La vicenda del lavorìo sulle bozze del decreto Sicurezza post Askatasuna, lo ha confermato ancora una volta: il provvedimento che scaturirà dalla imminente riunione del Consiglio dei Ministri, attesa nelle prossime ore, sarà l’ennesima promessa securitaria disattesa dall’attuale maggioranza. Del resto, se non fosse intervenuto in via preventiva il Quirinale, l’intervento successivo sarebbe toccato alla Corte Costituzionale. Quindi niente fermo preventivo, nessuno scudo legale, addio pure alla cauzione obbligatoria per gli organizzatori di cortei e manifestazioni.

Del resto, quando si pensa di poter risolvere i problemi del Paese puntando unicamente sul populismo giuridico penalistico, senza mettere un solo euro nell’edilizia carceraria piuttosto che nel finanziamento delle espulsioni amministrative – previste da 24 anni dalla legge Bossi Fini mai applicata – o nel potenziamento amministrativo dei tribunali penali, le conseguenze non potrebbero essere molto diverse.

Utilizzare ogni singolo caso di provvedimento giudiziario non gradito politicamente – ma dovuto alla naturale applicazione di leggi vigenti mai modificate né integrate dal Governo in carica – per perorare la causa del Sì al referendum sulla riforma Costituzionale del CSM (perché di ciò alla fine si tratta), non è utile né alla serenità del dibattito, né alla chiarezza nei confronti degli elettori. Alla fine, stante la polarizzazione corrente sui temi della sicurezza e dell’economia reale, il quesito referendario di fine marzo si tradurrà in una manifestazione di gradimento o no sull’operato più generale dell’esecutivo e della Premier Meloni, la quale ha già comunicato di voler dedicare il mese di marzo a una diretta assunzione di responsabilità e di iniziativa – e non poteva essere diversamente – sulle ragioni di una riforma Costituzionale approvata a maggioranza non qualificata e – caso unico nella storia repubblicana – votata senza l’accoglimento di emendamenti della minoranza parlamentare.

Le vicende del corteo pro Askatasuna di Torino hanno accelerato l’ennesimo decreto Sicurezza che però uscirà molto ridimensionato dal vaglio preventivo del Quirinale 

Tutto questo per dire che la campagna elettorale referendaria diventa preludio non solo al 2027 – anno di naturale rinnovo dell’attuale Parlamento – ma soprattutto al 2029, quando si dovrà eleggere il successore di Sergio Mattarella al piano più alto del Quirinale. In tal senso, diventano più comprensibili le manovre in corso sia a sinistra che a destra dove, nelle scorse ore, è sbocciato il partito del Generale ed europarlamentare Vannacci, orientato a un sovranismo più radicale di quello oramai smunto e fiaccato della Lega di Salvini. Che funzione avrà questo emergente soggetto politico? Servirà a riunire i delusi dal centrodestra istituzionale (compresi non pochi ex moderati e centristi), salvo poi confluire nello stesso magari tramite desistenze (molto dipenderà dal tipo di legge elettorale), oppure confluirà in un diverso soggetto politico che riunirà la galassia nazionalista di destra e di sinistra raggiungendo un quorum che, soprattutto nel futuro Senato, lascerà senza maggioranza precostituita chiunque vincerà alla Camera?

Il Generale ed europarlamentare Vannacci: il suo nuovo soggetto politico sta suscitando l’interesse anche di segmenti ex centristi e moderati, non solo radicali, delusi dal mancato decisionismo riformista del Governo Meloni su economia, fisco e sicurezza 

Perché almeno su un punto la chiarezza finale è stata fatta: la coalizione di centrosinistra o di campo largo – che punta tutto sulla narrazione dei fallimenti di Meloni su sanità, sicurezza ed economia fiscale e industriale ma che è tornata parzialmente in difficoltà sul fronte Askatasuna e sul fronte del referendum Giustizia (dove una corrente di riformisti voterà Sì assieme al centrodestra) – dedicherà di fatto una parte della propria campagna elettorale a far sì che lo schieramento avversario manchi la vittoria in uno dei due rami del Parlamento, perché solo così diventerà possibile negoziare da posizioni non di debolezza la designazione del prossimo Capo dello Stato. Che a quel punto non potrebbe essere più né Meloni né l’odierno Presidente del Senato La Russa, del quale non a caso viene oggi ricordato il passato movimentista nelle file dell’estrema destra milanese degli anni Settanta.

AZ