I decreti sicurezza tornano al centro del dibattito politico e sindacale. Il governo rivendica la linea dura contro violenze e disordini, mentre cresce la preoccupazione per l’impatto di queste norme sulle libertà costituzionali. In questo scenario Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, interviene con parole nette e, intervistato su Repubblica, respinge l’idea che la sicurezza possa essere garantita comprimendo il diritto di manifestare
“La sicurezza non è repressione”
“La sicurezza non è repressione. Trasformare le mobilitazioni in questioni di ordine pubblico e di sicurezza non è accettabile”, afferma Landini. Per il leader sindacale i decreti del governo sono “pericolosi” perché “anziché colpire i violenti, mettono in discussione la libertà di tutti”. Un rischio che la Cgil non intende subire passivamente. “Continueremo a scioperare e mobilitarci quando necessario, nonostante i veti di Salvini: non ci faremo togliere un diritto costituzionale”.
Emergenze vere e propaganda
Secondo Landini non esiste un’emergenza sicurezza e il tema non viene affrontato nel modo giusto. “Siamo al terzo decreto in tre anni. E intanto aumentano femminicidi, morti sul lavoro, microcriminalità, violenza sugli anziani”. Il problema, spiega, è che “questi decreti non hanno come obiettivo la tutela reale delle persone, ma limitare la libertà i manifestare e difendere i propri diritti anche scendendo in piazza”.
Violenza e deriva autoritaria
Il segretario della Cgil condanna senza ambiguità gli episodi di violenza avvenuti a Torino. “La Cgil condanna ogni violenza e ha espresso subito solidarietà ai poliziotti colpiti”. Ma avverte: “Il metodo non può essere instaurare uno stato di polizia”. Per Landini “sta emergendo una logica autoritaria di chi pensa di comandare anziché governare”, accompagnata da un uso “strumentale e cinico dei lavoratori in divisa”, dimenticati quando si parla di organici, salari e pensioni.
Paure evocate e dissenso temuto
Landini respinge con forza l’equiparazione tra manifestanti e terrorismo. “Trovo inaccettabile che chi manifesta pacificamente venga associato alla violenza. Pericoloso è continuare a evocare quello che non esiste”. Il racconto di un Paese assediato, aggiunge, serve solo a coprire altro. “Lo temono perché copre il disastro economico e sociale delle sue politiche”. Intanto, sottolinea, “cresce la rabbia e il disagio sociale, soprattutto tra i giovani



