Fabbriche verdi e lavoro grigio: Indagine della Campagna Abiti Puliti sulle aziende di abbigliamento del Bangladesh

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PHUNDUNDU WILDLIFE AREA, ZIMBABWE, JUNE 2018: Specially selected women from an all female. conservation ranger force undergo concealment and fire and movement training in the bush to curb poaching. Akashinga (meaning the ‘Brave Ones’ in local dialect) is a community-driven conservation model, empowering disadvantaged women to restore and manage a network of wilderness areas as an alternative to trophy hunting. Many current western-conceived solutions to conserve wilderness areas struggle to gain traction across the African continent. Predominately male forces are hampered by ongoing corruption, nepotism, drunkenness, aggressiveness towards local communities and a sense of entitlement. The I.A.P.F, the International Anti-Poaching Foundation led by former Australian Special Forces soldier Damien Mander, was created as a direct action conservation organisation to be used as a surgical instrument in targeting wildlife crime. In 2017 they decided to innovate, using an all- female team to manage an entire nature reserve in Zimbabwe. The program builds an alternative approach to the militarized paradigm of ‘fortress conservation’ which defends colonial boundaries between nature and humans. While still trained to deal with any situation they may face, the team has a community-driven interpersonal focus, working with rather than against the local population for the long-term benefits of their own communities and nature. Cut off from places of worship and burial, grazing areas, access to water, food, traditional medicine and given limited opportunity for employment or tourism benefits, it’s little wonder many of these communities struggle to see any value in conservation efforts. Women have traditionally played major roles in battle and are now re-emerging as key solutions in law enforcement and conflict resolution. In the Middle-East, counterinsurgency operations that involve penetrating and working with the local population to try and win the hearts and minds ha

Produzione compatibile con i limiti del Pianeta, sicurezza sul lavoro,
e salari dignitosi: la transizione giusta nella moda si raggiunge solo
con il protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici

Fabbriche verdi, lavoro grigio. Percorsi nell’industria dell’abbigliamento in Bangladesh tra certificazioni ambientali (LEED) e transizione giusta. È il nuovo report realizzato da FAIR, organizzazione che coordina la Campagna Abiti Puliti (CAP), sezione italiana della Clean Clothes Campaign (CCC) che opera a livello internazionale per portare alla luce e cercare di risolvere i casi di violazione dei diritti umani nei Paesi di produzione tessile.

La nuova indagine – i cui dati sono stati raccolti tra ottobre 2024 e maggio 2025 – nasce dalla collaborazione con il Bangladesh Centre for Worker Solidarity per valutare l’industria dell’abbigliamento in Bangladesh, dove si riforniscono diversi brand di moda che popolano le vetrine delle nostre città. Tra questi ci sono marchi come Benetton, Bestseller, Decathlon, Fruit of the Loom, GAP, H&M, Hugo Boss, Kiabi, M&S, NEXT, OVS, Zara e Wrangler. L’obiettivo del rapporto è promuovere, allo stesso tempo, la tutela dell’ambiente, la protezione dei lavoratori e delle lavoratrici e un’occupazione di qualità: elementi fondanti della transizione giusta (Just transition).

 

Dopo una fotografia qualitativa della realtà, il report di FAIR propone infatti una serie di raccomandazioni utili per raggiungere la transizione giusta. Tra queste, l’invito a tutte le aziende operanti in Bangladesh che non l’hanno ancora fatto, a firmare l’Accordo internazionale per la salute e la sicurezza nell’industria tessile e dell’abbigliamento (Decathlon, Fruit of the Loom, Gap, Kiabi e Wrangler), un meccanismo vincolante sottoscritto all’indomani del crollo del Rana Plaza. I marchi già coinvolti nel programma sono, inoltre, chiamati a utilizzare la propria influenza per includere i rischi legati allo stress da calore e altri pericoli climatici nelle ispezioni e nelle misure correttive vincolanti per i propri fornitori, garantendo allo stesso tempo prezzi equi e pratiche commerciali corrette.

Ai brand, ai fornitori e al governo del Bangladesh si chiede di assicurare, attraverso una contrattazione efficace e normative vincolanti, l’adozione di misure contro tutte le forme di violenza e molestie di genere (Gender-Based Violence and Harassment – GBVH) nelle fabbriche, e ad assicurare che le lavoratrici e i lavoratori possano formare e aderire liberamente ai sindacati di propria scelta senza timore di ritorsioni.

È fondamentale riconoscere un salario dignitoso, da considerare anche una misura primaria di adattamento, che consentirebbe ai lavoratori di scegliere abitazioni più sicure, un’alimentazione sana e di investire in sistemi di ventilazione, isolamento o raffrescamento per affrontare la crisi climatica.

Dagli anni ‘80, il Bangladesh è uno dei principali attori nell’industria globale dell’abbigliamento; nel 2010 è diventato il secondo esportatore mondiale di abbigliamento (dopo la Cina) con un valore delle esportazioni di circa 12 miliardi di dollari, aumentati a oltre 34 miliardi nel 2019. Una situazione dovuta alle agevolazioni fiscali, agli incentivi alle esportazioni, a una forza lavoro a basso costo. È da questo contesto che nasce la cosiddetta fast fashion.

Oggi il settore tessile conta 4 milioni di lavoratori, la cui stragrande maggioranza sono donne, che lavorano nelle quattromila fabbriche del Paese. Di queste, sono 248 le fabbriche bangladesi che hanno ottenuto la certificazione LEED (Leadership in Energy and Environmental Design), un fiore all’occhiello dal punto di vista della sostenibilità ecologica degli edifici e di riduzione dei consumi energetici, che ha permesso a molti marchi di migliorare la propria reputazione. Il Bangladesh è addirittura leader mondiale nel numero di fabbriche certificate con questo standard.

Ma non basta: la certificazione LEED qualifica come “green” fabbriche che non garantiscono in parallelo condizioni di lavoro dignitose, con salari adeguati e presenza di sindacati, elementi che sono invece essenziali per definire un’azienda che tutela i suoi lavoratori e lavoratrici.

L’indagine ha analizzato in particolare 8 di queste fabbriche, dove è del tutto assente la rappresentanza sindacale e dove si registra un divario di ben il 70% tra il salario percepito e quello considerato il minimo dignitoso. Molte le testimonianze raccolte da lavoratori e lavoratrici che non sono messi nella condizione di vivere una vita dignitosa.

Dalle interviste alle lavoratrici emergono descrizioni di ambienti che esternamente sono “fabbriche verdi”, con luci moderne e pannelli solari sui tetti, ma che internamente racchiudono “lavoro grigio” con ritmi di lavoro estenuanti, stress da calore, violenza di genere, salari poveri e un clima di paura che scoraggia ogni denuncia per timore di ritorsioni.

Tra le testimonianze si legge quella Fatima: «L’ambiente è bello da vedere dall’esterno. All’interno, le politiche non vengono seguite correttamente. Le procedure e le regole di lavoro sembrano buone dall’esterno, ma non vengono seguite nella pratica. Questa fabbrica è “verde” solo di nome». 

Prosegue Shima: «Se si guarda la fabbrica dall’esterno, è bella, sembra un giardino. Ma a che serve se non possiamo lavorare in pace? Abbiamo segnalato più volte il problema del calore estremo ai nostri supervisori, ma non è cambiato nulla. Abbiamo anche chiesto delle tende, se non altro per ripararci dalla luce diretta del sole, ma senza alcun risultato».

Allo stesso modo, Reshma ricorda l’esperienza collettiva nella fabbrica con queste parole: «Tutti i lavoratori hanno affermato con grande convinzione che questo [luogo di lavoro polveroso] era la loro principale preoccupazione in materia di salute e ambiente.

L’edificio è climatizzato e l’aria condizionata è sempre accesa. Ma non ci sono abbastanza ventilatori o aspiratori per eliminare la polvere, con il risultato che ci ammaliamo molto spesso.

I lavoratori tossiscono o starnutiscono continuamente e noi lo abbiamo fatto notare. Negli ultimi sei anni abbiamo presentato diverse lamentele alla direzione ma non è stata intrapresa alcuna azione, se non quella di chiederci di indossare delle mascherine. Ma la quantità di polvere è così esagerata che le mascherine non riescono a proteggerci».

Su questo gravoso problema, interviene Kalpona Akter, presidente del sindacato Bangladesh Garment & Industrial Workers Federation, premiata dal governo per il suo instancabile impegno a favore dei diritti delle lavoratrici tessili: «Il Bangladesh è uno dei Paesi più vulnerabili al mondo in fatto di clima: l’aumento delle temperature, le inondazioni e l’aumento del livello del mare minacciano sia le infrastrutture che la salute dei lavoratori. Ci aspettiamo che i firmatari dell’Accordo Internazionale includano nel programma di ispezione i rischi climatici, entro il prossimo 24 aprile 2026, data in cui ricorre l’anniversario del Rana Plaza». 

 

Tredici anni fa, in questa data, a Dacca (capitale del Bangladesh) crollò l’edificio Rana Plaza che causò migliaia di morti e feriti: una tragedia che mise in luce la negligenza nei confronti della sicurezza delle lavoratrici e la logica di sfruttamento alla base della fast fashion.

 

L’Accordo Internazionale che Campagna Abiti Puliti chiede alle aziende di sostenere e implementare è solo un primo passo per raggiungere una industria della moda davvero compatibile con i limiti del Pianeta, come spiega Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti: «Le politiche green, calate dall’alto senza il coinvolgimento della classe lavoratrice nelle varie fasi della transizione, non sono né sufficienti né efficaci per raggiungere un’industria della moda pulita, equa e democratica entro i limiti planetari. Per farlo è necessario un cambiamento strutturale e sistemico a livello nazionale e internazionale».