«La Germania ha bisogno di proprie armi nucleari». Non sono parole di un fanatico estremista o di un visionario isolato. Vengono dal generale di brigata Frank Piper, leale servitore dello Stato e stratega rispettato a livello internazionale, uno di quei militari tedeschi che guarda alla propria storia come a un monito, non come a un’eredità.
Le ha pronunciate perché anche lui, come molti a Berlino, si è convinto che il mondo sia cambiato, che l’alleanza con l’America non basti più e che la sicurezza, prima o poi, torni sempre a essere una responsabilità nazionale. «Quando la situazione si fa seria», ha aggiunto, «si è soli».
A sentire queste affermazioni, un brivido corre lungo la schiena dell’intero continente. Il riarmo tedesco, la bomba di Berlino, la Germania «potenza militare più forte d’Europa»: formule che evocano un riflesso di paura ancestrale, irrazionale, che non risponde alle fredde logiche geopolitiche né al calcolo degli interessi.
Eppure riaffiora lo stesso, istintivo e innegabile, rafforzato oggi dall’impressionante crescita di forze politiche ultra-nazionaliste e dichiaratamente anti-europee, pronte a riattivare simboli e linguaggi che l’Europa credeva definitivamente sepolti dalla storia.
Nonostante questo, la Germania di oggi resta una democrazia solida e matura, lontana dalle ombre del militarismo prussiano o dall’incubo del Terzo Reich. I rischi e le minacce vengono semmai da altrove: dalla Russia che preme a est, dall’America che si allontana a ovest.
Pericoli ben distanti dal cuore economico e industriale del progetto europeo, dal partner essenziale con cui condividiamo istituzioni, valori e responsabilità comuni. Lo sappiamo con lucidità. Eppure, il corpo reagisce prima della mente, e la memoria riaffiora dove la ragione credeva di aver archiviato il passato.
Se l’Europa unita — quella immaginata a Ventotene e mai del tutto compiuta — nascerà un giorno, dovrà passare da qui: non dai trattati firmati, dalle procedure condivise o dai vertici tra capi di Stato, ma dal test più oneroso di tutti, quello che serve per colmare la distanza tra ciò che sappiamo e ciò che, in fondo, temiamo.
La prima prova è psicologica. Nella base di Büchel, in Renania-Palatinato, sono custodite le bombe atomiche americane. Altre testate statunitensi sono custodite da decenni anche in Italia, nei Paesi Bassi, in Belgio.
Sono lì da generazioni e, per molti di noi, hanno rappresentato a lungo un conforto: la garanzia concreta dell’alleanza con Washington.
Nemmeno la pericolosa imprevedibilità di Trump e il suo sprezzante distacco dall’Europa riescono a dissolvere del tutto quella percezione. Ancora oggi l’ombrello nucleare americano suscita meno inquietudine di quanto farebbe un arsenale tedesco: ottant’anni sono un tempo troppo breve per cancellare l’esistenza profonda delle paure collettive.
Gabriele Segre



