Negli ultimi giorni molti sindaci e amministrazioni locali del PD hanno rivolto messaggi ufficiali alla comunità musulmana per l’inizio del Ramadan. Manifesti pubblici, comunicati istituzionali, iniziative simboliche. Un gesto che, in sé, può rappresentare attenzione, inclusione e rispetto verso cittadini che professano una fede diversa da quella storicamente maggioritaria nel nostro Paese.
Fin qui nulla di discutibile.
Ciò che però colpisce, e che merita una riflessione pacata ma franca, è il silenzio quasi totale sull’inizio della Quaresima. Per milioni di cattolici italiani la Quaresima non è una ricorrenza secondaria: è un tempo di conversione, sacrificio, introspezione, carità. È un periodo che affonda le sue radici nella nostra storia, nella cultura, nelle tradizioni popolari, nei riti che hanno attraversato generazioni.
Perché questo silenzio?
Non si tratta di rivendicare privilegi confessionali né di negare il pluralismo religioso. L’Italia è una Repubblica laica, e la laicità è un valore prezioso. Ma la laicità non è amnesia culturale. Non significa cancellare o ignorare le proprie radici per dimostrare apertura verso l’altro.
La domanda che molti cittadini si pongono è semplice: è possibile celebrare l’inclusione senza dimenticare la propria identità? È possibile augurare buon Ramadan e, nello stesso tempo, riconoscere pubblicamente l’inizio della Quaresima?
Quando l’attenzione istituzionale appare selettiva, il rischio è che venga percepita non come rispetto, ma come opportunità politica. In un tempo in cui gli equilibri elettorali sono fragili e le coalizioni si costruiscono anche su nuovi bacini di consenso, il sospetto che si tratti di calcolo e non di convinzione diventa inevitabile.
Ma la politica, se vuole essere credibile, non può apparire strumentale con la fede — qualunque fede. Né può dare l’impressione di considerare le tradizioni culturali come variabili adattabili alle convenienze del momento.
Non è una questione di destra o di sinistra. È una questione di coerenza e di rispetto reciproco. Se si sceglie la via del riconoscimento pubblico delle festività religiose, allora lo si faccia con equilibrio. Se invece si ritiene che le istituzioni debbano mantenere una distanza rigorosa dalle ricorrenze confessionali, allora si applichi quel principio a tutte.
Ciò che ferisce non è il messaggio rivolto ai musulmani. È l’assenza di un messaggio rivolto ai cattolici.
Una società matura non si divide tra chi accoglie e chi si sente messo da parte. Una società matura sa tenere insieme pluralismo e memoria, apertura e radici. Ignorare una parte della propria storia non rafforza l’inclusione: la indebolisce.
La vera sfida non è scegliere tra identità e integrazione. È dimostrare che le due cose possono convivere, senza timori e senza opportunismi.
cav. Giuseppe PRETE




