Il peccato originale del governo

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Con i missili sull’uscio di casa, sarebbe fin troppo facile maramaldeggiare sul governo degli Inetti

Insistere ancora sulle disavventure vanziniane di Crosetto che recita le sue “Vacanze a Dubai” o sulle maschere tragicomiche di Tajani che consiglia di non affacciarsi alla finestra quando volano i droni. Calcare la mano su Lollobrigida, che dopo le prime bombe su Teheran posta i complimenti a Sal Da Vinci, eroe della canzone neo-melodica scagliata dal palco di Sanremo contro il nemico radical chic.

Ironizzare sulle perle quotidiane di Nordio, che da vero Guardasigilli-in-Capo atterra con elicottero di Stato sui campi di calcetto per esportare in tutta la Penisola la capocrazia referendaria. Denunciare la bolletta che esplode, con lo Stretto di Hormuz chiuso, i prezzi di gas e petrolio alle stelle, gli stoccaggi in via di esaurimento e il rischio di dover tornare da Putin col cappello in mano, a elemosinare il suo metano ancora saturo del sangue dei poveri ucraini. Potrebbero allungarsi all’infinito, gli esempi di quella che Arbasino chiamava la “Grande Discarica Italiana”.

Ma fermiamoci qui, per carità di Patria (appunto). A qualunque altro governo tremerebbero i polsi di fronte a questa terribile terza Guerra del Golfo, che si aggiunge alla guerra in Ucraina e che si somma alla guerra in Palestina.

Ma proprio perché l’ora è così grave, non si può più tollerare il silenzio ambiguo della presidente del Consiglio. A una settimana dall’attacco all’Iran dell’asse israelo-americano, Meloni continua a essere una donna in fuga dalle sue responsabilità. Di fronte alla “Furia epica” di Trump e al “Ruggito del leone” di Netanyahu, va bene dire “noi non siamo in guerra e non vogliamo entrarci”: ma non può bastare.

Così come non può bastare, rispetto alla domanda sulle basi militari, cavarsela con un tartufesco “finora non ce le hanno chieste”.

In un pianeta di belve feroci, non è tempo di struzzi che mettono la testa sotto la sabbia o di opossum che si fingono morti.

Per quanto gregaria, l’Italia deve scegliere chi vuole essere e qual è il suo posto nel mondo. Sarebbe inutile aspettarsi un discorso forte e chiaro come quello di Pedro Sánchez, che ha gridato il suo no a questa guerra illegittima perché “così iniziano i disastri dell’umanità”.

Lei non lo farà. Come le capita spesso, la premier fallisce sul metodo: va a fare passerella ai funerali del piccolo Domenico, va a Rtl 102.5 senza contraddittorio, ma non nell’unico luogo istituzionale che in un momento così drammatico esigerebbe la sua presenza, cioè il Parlamento della Repubblica.

Come le succede sempre, la premier elude il merito: cioè il giudizio politico sul suo idolo, The Donald.

Trump è stata la sua scommessa iniziale: ha scelto di diventare la cheerleader, a costo di allontanarsi dall’Europa dei fondatori e di confluire in quella dei guastatori. E la sta perdendo.

Massimo Giannini