Antonella Palermo – Roma
Gli archi in laterizio del portico della chiesa del Sacro Cuore di Gesù, a Ponte Mammolo, che oggi pomeriggio accoglie il Vescovo di Roma per la sua quinta e ultima tappa nelle parrocchie romane, sono ornati di fiori in carta pesta bianchi e gialli. A fare la fila per entrare negli spazi dove il Papa sosterà con i fedeli c’è anche una anziana signora, vitalissima e modesta. Eleonora Scolastico ha la bellezza di 89 anni, di origini molisane si è trapiantata in questo quartiere da giovanissima e lo ha sempre servito in spirito di gratuità. Membro di un istituto secolare della Compagnia di San Paolo del beato cardinale Ferrari, qui ormai è la veterana dei catechisti.
Ha cominciato come insegnante elementare, sempre dedicata poi nell’ambito della iniziazione cristiana dei ragazzi e degli adolescenti. “La venuta del Papa è un momento particolarissimo.
Il quartiere ha bisogno di persone che diano autorevolezza e accoglienza. E qui la cosa bella è proprio la capacità di accogliere. I ragazzi sono stati così entusiasti alla notizia dell’arrivo di Leone – sottolinea -che si sono dati da fare con dei lavoretti; hanno anche confezionato un bel libro con tutti i loro pensieri dedicati a Papa Leone”.
In oratorio: “avete creato una parrocchia che sa accogliere”
Voi, come parrocchia, avete creato una comunità che veramente sa accogliere. E per questo vi ringrazio davvero, perché è un segno di speranza in un mondo dove tante volte il dolore, la sofferenza, le difficoltà, sono troppo grandi.
Sono le parole del Vescovo di Roma nell’oratorio parrocchiale, pronunciate in tempo prima che cominciassero a cadere alcune gocce di pioggia. Una decina di ragazzi, per bocca di un loro portavoce, si presenta al Papa illustrando l’opera di animazione comunitaria. Poco prima, i più piccoli gli consegnano il libro di pensieri che hanno composto.
“L’amore, la carità, l’espressione così grande di Dio infinito; e di Dio, quello che è infinito è il suo amore, la sua grazia, la sua misericordia. E questa è una cosa che in questa parrocchia, in una maniera molto speciale, si fa presente a tante persone”, sono le parole di Leone che poi saluta e ringrazia chi è affacciato ai balconi. “Tutti sono invitati, tutti sono chiamati. E così anche noi possiamo rappresentare questa famiglia che non conosce i limiti, che vuole invitare tutti a dire: ‘Venite tutti!’”.
Lo spirito del Vangelo è aprire le porte a tutti
Prima della Messa, il Papa incontra in privato un gruppo di anziani e disabili. Parla della gioia di essere fratelli e sorelle, soprattutto si sofferma ancora sulla necessità di trovare “porte aperte che accolgono tutti”. Riferisce di aver appreso dal cardinale Reina dell’opera portata avanti da un centinaio di parrocchie romane che organizzano un servizio di aiuto per l’integrazione degli stranieri.
Vorrei sottolineare il grande valore di questo gesto, perché sappiamo – e non solo in Italia, ma in tante parti del mondo oggi, – un nuovo atteggiamento si sta presentando dove vogliono chiudere porte, dove vogliono dire: “Basta! Che non vengano altri!”. E invece noi come discepoli di Gesù Cristo sappiamo che il Vangelo ci chiama a vivere uno spirito diverso. Il Vangelo ci dice che quando Gesù si presenta e dice: “Sono straniero. Voi mi averte accolto”. E questo è un gesto che facciamo a tutte le persone che rappresentano veramente Gesù Cristo in mezzo a noi.
Da qui l’incoraggiamento ad accogliere chi viene ed è senza casa. Cita la solitudine e la difficoltà di tante persone che soffrono poiché non trovano nessuno che può accompagnarle nel cammino della vita. Una parrocchia che rappresenta il cuore di Gesù, ricorda ancora, è un luogo benedetto da Dio, chiamata ad essere luogo dove tutti possono trovare una famiglia dove vivere l’amore autentico nella carità.
Le famiglie: il Papa itinerante nella città, un bel segno
La conferma delle parole del Papa a quanto da anni fa questa parrocchia, è un balsamo per chi è venuto oggi a vedere l’arrivo del Pontefice. Le famiglie con i bambini sono grate per la presenza di un luogo pulsante nel tessuto di questa zona liminare alla capitale; per loro essere coinvolte nelle attività parrocchiali offre l’opportunità di relazioni sane, vivificanti che sperano di poter trasmettere ai propri figli.
Molti hanno mantenuto un legame speciale con la parrocchia sebbene nel frattempo si siano dovuti trasferire altrove; ora sono qui ricordando l’esperienza vissuta da giovani. Mentre diverse persone con disabilità entrano con gli accompagnatori nello spazio adiacente alla chiesa, dove è l’oratorio e il campo di basket, una mamma racconta che i propri figli rappresentano la terza generazione che frequenta questo luogo.
“È come sentirsi a casa. Questa scelta di visitare un gruppo di parrocchie, di essere in qualche modo un Papa itinerante nella città, è ritenuta molto significativa. È quello che vorremmo i più piccoli imparassero, che poi è il messaggio del Sacro Cuore: offrire disponibilità agli altri, dove c’è più bisogno. Avere un cuore aperto”.
Il cardinale Baldo Reina, vicario generale del Papa per la Diocesi di Roma, è visibilmente emozionato per un motivo che ha origine nel suo passato da seminarista. All’epoca, dal ’93 al 2006, la parrocchia è stata affidata al clero agrigentino di cui lui fa parte, e dal ’94 al ’98 veniva qui il fine settimana per fare un po’ di esperienza pastorale. Ai media vaticani ricorda quei tempi come “molto belli”, lui che qui ha mosso i primi passi della vita sacerdotale e prima dell’ordinazione diaconale. “Una bella comunità e anche il clima che si respira oggi è un clima di festa. Ero impegnato soprattutto con la catechesi, stavo con i ragazzi in oratorio e magari ci scappava una partita di calcetto”.
Gaspare è un senza tetto, ha fatto per una vita il cuoco, ora si è stancato. Dorme nella fermata metropolitana vicina, a Ponte Mammolo. “La notte scorsa faceva freddo – racconta -, la Comunità di Sant’Egidio mi aiuta, ieri qui ho potuto fare la doccia. Non frequento la parrocchia con costanza ma sento che a un certo punto nella mia vita c’è bisogno di coltivare una parte spirituale.
Oggi manca l’empatia tra le persone, io vorrei ritrovarla da qualche parte”. Tornano alla mente le parole di Stanislao, un polacco che fu, nel 2000, tra i primi cinque utenti che inaugurarono il servizio docce.
“Da che ho cominciato a frequentare questo posto la mia vita è cambiata – era quanto diceva ai suoi amici e quanto oggi raccontano coloro che lo hanno sostenuto -, perché è cambiato il mio pensiero. Se sei sporco come puoi sperare in qualcosa di buono e di diverso?”.
I detenuti hanno sbagliato, ma possono convertirsi
Nell’incontro con il Consiglio pastorale, Leone accenna alla presenza del carcere di Rebibbia: c’è una sinergia tra alcuni volontari in parrocchia e gli operatori della Casa circondariale e il Papa apprezza questa missione, la ritiene molto importante. Torna a dire dell’importanza che qualcuno che “ti aiuti” nelle difficoltà: “La vita è molto più grande di quello che vediamo nella superficialità”, ammette. Così, questa comunità attiva è segno di una fede che si manifesta anche “facendo a volte dei grandi sacrifici”, offrendo tempo, energie, amore per tante persone, “diciamo a tutte le ‘classi’, categorie: italiani, non italiani, giovani, non tanto giovani, però camminando insieme”.
Le persone che cercano la libertà sicuramente hanno sbagliato, qualche problema esiste, ma anche per loro c’è l’invito a vivere la conversione, a cambiare la loro vita, in situazioni che sono veramente molto, molto, complesse. Lo sappiamo.
Il pensiero dei fedeli per chi vive in contesti di violenza
Felicissime sono le suore della Comunità apostolica di Maria sempre Vergine. Messicane, conoscono il vicario della parrocchia, messicano anche lui. Dicono che il Papa che viene qui è una sorta di miracolo. Il loro pensiero va alla loro terra, ai confini con gli Stati Uniti. Proprio al confine con gli Usa è infatti nato il loro Ordine religioso.
Loro oggi si sentono di offrire una preghiera da Roma anche per i loro connazionali, invocando una benedizione per chi vive, come loro, nella sofferenza e per tutti coloro che sperimentano la violenza.
Ci sono anche alcuni peruviani che ricordano con affetto particolare il passato missionario di Prevost in quella terra. Mostrano la bandiera, ai balconi ce n’è pure una ucraina. Si fondono così in questi simboli, auspici di pace e nostalgie.



