Italia, la sicurezza cibernetica e l’ombra lunga di Israele

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Parlare di “dipendenza” dell’Italia da Israele nella sicurezza cibernetica non significa tanto sostenere che Roma abbia consegnato formalmente e del tutto a Tel Aviv l’intero governo del proprio spazio digitale. Sarebbe un eccesso di semplificazione

Ma sarebbe altrettanto falso raccontare il rapporto come una normale cooperazione tra pari. I documenti pubblici, le intese industriali, le norme sugli approvvigionamenti, i casi di sorveglianza e l’uso di strumenti israeliani nelle attività investigative mostrano una realtà più scomoda: l’Italia ha compensato a lungo il proprio ritardo strategico e industriale affidandosi a un ecosistema straniero, e in particolare a quello israeliano, per segmenti molto delicati della propria sicurezza informatica.

Il punto critico, al di là di altre considerazioni di carattere politico e geopolitico, non è dunque l’esistenza della cooperazione, ma la sua asimmetria: Israele produce, addestra, esporta e condiziona; l’Italia compra, integra e rincorre.

Perché proprio Israele

Il motivo è semplice: Israele ha costruito molto prima dell’Italia una vera potenza cibernetica. La sua forza non nasce solo da aziende efficienti, ma da una saldatura precoce tra apparato statale, ricerca, capitale di rischio, complesso militare e intelligence. È su questa base che Israele ha trasformato la cybersicurezza in uno strumento di proiezione strategica e di esportazione. Per Paesi arrivati tardi, come l’Italia, l’ecosistema israeliano è apparso non come un semplice mercato di tecnologie, ma come una scorciatoia per recuperare un ritardo che non si era avuto il coraggio politico di colmare con una strategia nazionale coerente.

Qui sta il primo punto decisivo. Israele non esporta soltanto prodotti, ma una cultura operativa: l’idea che sicurezza, intelligence, innovazione e mercato siano parte della stessa architettura di potere.

È questo che rende il rapporto con Roma profondamente squilibrato. Perché l’Italia non entra in relazione con un semplice partner industriale, ma con un sistema che ha fatto della potenza cibernetica una leva di politica estera e di influenza strategica.

Il ritardo italiano: quando lo Stato arriva tardi

L’Italia, al contrario, ha preso sul serio la cybersicurezza come architettura nazionale solo molto tardi. L’istituzione dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale nel 2021 e le successive dichiarazioni del vertice dell’ACN sul “gap competitivo” accumulato rispetto a Paesi come Stati Uniti e Israele equivalgono a una confessione pubblica: Roma si è mossa in ritardo in un dominio ormai decisivo. E quando uno Stato arriva tardi in un settore strategico, la tentazione di affidarsi a filiere esterne già mature diventa quasi inevitabile.

Giuseppe Gagliano