Si avvia a conclusione una delle più deprimenti, o forse la più deprimente campagna elettorale referendaria di tutti i tempi dal 1946: al quesito, tecnicamente molto complesso e rilevante anzitutto dal punto di vista procedurale per la composizione dei rinnovati organi collegiali di autogoverno della Magistratura, viene assegnata la stessa importanza dirimente del dilemma che esattamente ottant’anni fa portò gli elettori e – per la prima volta – le elettrici a scegliere la forma di Stato del nostro Paese

Se la Provvidenza vuole, sta per finire: l’Italia si avvia alla conclusione di una campagna referendaria in condizioni di stanchezza sul piano economico reale e di crescenti inquietudini internazionali, tra Ministri sulla carta competenti che spariscono dalla circolazione (il leghista Giorgetti titolare del dicastero dell’economia e delle finanze) o che salgono su roboanti, ed eccezionalmente puntuali, treni del sì (il forzista Pichetto a capo del ministero della – Sic! – sicurezza energetica) anziché occuparsi delle bollette e dei prezzi al dettaglio dei carburanti dovuti dalle famiglie pendolari e dalle micro e piccole imprese la cui mappatura toponomastica registra sempre più serrande abbassate.

Siamo all’apice del paradosso: se nel 2025 Giorgia Meloni, da palazzo Chigi, esortava gli Italiani a stare a casa – perché andare al mare è oramai economicamente proibitivo – per fare fallire il quorum del 50% più uno degli aventi diritto al voto, in coincidenza con i quesiti referendari in tema di sicurezza “del” e “sul” posto di lavoro, adesso è la stessa Premier che esorta a recarsi alle urne dipingendo foschi scenari modello “Gotham city” da Stato di polizia giudiziaria.

La verità vera è che, a fronte del crescente scollamento tra coalizione di governo e corpo elettorale soprattutto sui temi della recessione economica e della deindustrializzazione – creatrici di lavoro diffuso, parcellizzato e povero -, Meloni ha finito con il commettere la stessa accelerazione del Renzi di dieci anni fa: politicizzare su di sé e sul proprio Esecutivo un quesito che come tale verrà interpretato dalla maggioranza degli Italiani che domenica e lunedì prossimi si recheranno alle urne.

La Giustizia penale e civile, per poter funzionare, non ha bisogno di una proliferazione degli organi di autogoverno: ha necessità di un maggior numero di Cancellieri, di assistenti amministrativi, di Magistrati civilisti, di procedure ordinarie che diano certezze ai creditori commerciali sulle pretese legittime e certe e che evitino le ingiuste carcerazioni e gli errori giudiziari favorendo nuove forme di interazione e di collaborazione fra Accusa e Difesa fin dalle prime fasi di avvio delle indagini e recependo i progressi della tecnologia digitale per quanto riguarda l’acquisizione degli elementi probatori a favore di entrambe le Parti.

Tutti provvedimenti che potrebbero essere deliberati in tempi relativamente brevi, agendo nel quadro della Costituzione attuale e della completa definitiva attuazione del Codice Vassalli, con il quale nel 1989 l’allora Ministro della Giustizia del PSI portò alla abolizione e al superamento del Codice Rocco sulla cui base venne realizzato il film/denuncia di Alberto Sordi “Detenuto in attesa di giudizio” del 1971 e, nella tragedia della vita reale, si consumò il drammatico e spettacolistico arresto di Enzo Tortora nel 1983, a oggi la pagina più oscura della (in)Giustizia italiana.

Sarebbe il caso di attuare la già vigente e abbondante legislazione vigente? Sì. E, ugualmente, è il caso di assegnare a un quesito tecnico, attinente alla riforma del CSM e dei concorsi nell’ordine giudiziario, la stessa importanza che andò, ottant’anni fa, alla scelta tra monarchia e Repubblica? Diremmo di No.
AZ



