Come la memoria può trasformarsi in suo tradimento
C’è una data che il mondo civile celebra come monito: il 27 gennaio 1945, quando i soldati dell’Armata Rossa aprirono i cancelli di Auschwitz, rivelando l’orrore indicibile della Shoah. Poco meno di un secolo dopo, le immagini che arrivano dalla Striscia di Gaza sembrano appartenere allo stesso incubo: macerie, fame e un bollettino di morte che, secondo le fonti locali, avrebbe superato i 70.000 morti, di cui 20.000 bambini. Il paradosso che interroga la coscienza globale è che i soldati che oggi presidiano quei territori appartengono all’esercito di Tel Aviv, lo Stato nato proprio dalle ceneri dei forni crematori per dare un rifugio sicuro al popolo ebraico.
Ma occorre fare una distinzione cruciale, che troppo spesso viene offuscata nel dibattito pubblico: non è il popolo di Israele, nella sua interezza, a condurre questa guerra, bensì un preciso governo di estrema destra, espressione delle frange più radicali del sionismo e del nazionalismo religioso.
È questa compagine politica, guidata da figure come Benjamin Netanyahu e dai suoi alleati messianici e suprematisti, a portare avanti questi comportamenti estremisti in nome di un’ideologia che nulla ha a che vedere con i valori dell’umanesimo ebraico e con le aspirazioni di pace di larga parte della società israeliana.
Questa situazione apre un interrogativo profondo: come è possibile che un popolo che ha subito sulla propria pelle le purghe delle SS e della Gestapo, che ha visto i propri cari trasformati in fumo nei forni di Auschwitz e Treblinka, possa oggi avere un governo che riproduce metodi tanto feroci su un’altra popolazione inerme?
La riflessione è tanto più amara se si considera il monito uscito da quei lager. Il filosofo e sopravvissuto Johann Baptist Metz si chiedeva: “La domanda teologica dopo Auschwitz non è solamente: dove era Dio ad Auschwitz? Ma è anche: dove era ad Auschwitz l’uomo? Come si potrebbe credere nell’uomo, o perfino nell’umanità, quando si dovette sperimentare ad Auschwitz di che cosa «l’uomo» è capace?”.
Oggi, quella domanda torna di attualità in forma capovolta: come può un governo che dice di parlare a nome dei sopravvissuti diventare artefice di politiche di annientamento? Ciò che accade a Gaza non è uguale alla Shoah per numeri e metodologia industriale, ma il dibattito pubblico inizia a porsi il problema della sua “unicità”. Su Il Fatto Quotidiano si è osservato che, paradossalmente, Gaza ha un precedente ovvio: “la stessa Shoah”. Mentre i sopravvissuti di Auschwitz faticarono a trovare le parole perché l’orrore era senza precedenti, oggi gli eccidi avvengono “sotto l’occhio delle telecamere” e, nonostante questo, la comunità internazionale sembra assuefatta.
È fondamentale comprendere che le scelte belliciste e la durezza dell’occupazione non sono una “ineluttabile conseguenza” dell’essere ebrei o israeliani, ma il frutto avvelenato di una precisa visione politica: quella del sionismo religioso e messianico, incarnato da ministri come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir. Questi esponenti politici non nascondono la loro visione suprematista, l’opposizione a qualsiasi soluzione a due Stati e la volontà di espandere gli insediamenti in Cisgiordania e di “svuotare” Gaza.
Questa destra radicale ha strumentalizzato la memoria della Shoah per legittimare ogni azione militare, dipingendo ogni critica come antisemitismo e ogni palestinese come un potenziale nuovo nazista. Ma in questo modo tradisce la memoria stessa: trasforma il “Mai più” da monito universale contro ogni genocidio in un permesso concesso solo a sé stessi.
La ragione ufficiale addotta dal governo israeliano per questa offensiva è la necessità di stanare i terroristi di Hamas, ritenuti responsabili del massacro del 7 ottobre 2023 e nascosti nella popolazione civile. Si sostiene che poche centinaia di miliziani giustifichino un’operazione che però sta radendo al suolo un’intera enclave.
Questa logica della vendetta e della caccia senza quartiere ha un precedente celebre nella storia israeliana, che dimostra come fosse possibile agire in modo diverso, più chirurgico. Dopo il massacro degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972, compiuto dal commando palestinese “Settembre Nero”, il Mossad diede vita all’operazione “Ira di Dio”. In quel caso, l’obiettivo non era radere al suolo un quartiere di Beirut o di Gaza, ma colpire uno a uno i responsabili, in un’azione che durò anni e che portò all’eliminazione mirata di molti dei terroristi coinvolti.
Oggi, paradossalmente, la stessa intelligence israeliana (il Mossad) dimostra di essere ancora capace di operazioni raffinate e puntuali. Proprio nel novembre 2025, il Mossad ha collaborato con i servizi europei per smantellare un’intera rete di Hamas in Germania e Austria, sequestrando armi e arrestando cellule dormienti pronte a colpire, come il figlio di un alto dirigente di Hamas, Muhammad Naim.
Se è possibile neutralizzare i terroristi nelle capitali europee con operazioni di polizia internazionale, non è chiaro perché a Gaza si debba rispondere con una guerra che provoca migliaia di vittime civili, colpendo in modo indistinto. La scelta della guerra totale è una scelta politica della destra israeliana, non una necessità ineludibile.
Non bisogna dimenticare che esiste un’altra Israele. Migliaia di israeliani scendono in piazza ogni settimana contro il governo e le sue politiche. Ci sono famiglie di ostaggi che chiedono un accordo per fermare la guerra, riservisti che si rifiutano di servire nei territori occupati, intellettuali e artisti che denunciano la deriva del loro paese. Organizzazioni come B’Tselem e Peace Now documentano da anni le violazioni dei diritti dei palestinesi in nome di tutti gli israeliani. Anche tra i sopravvissuti alla Shoah e i loro discendenti, molte voci si sono levate contro ciò che sta accadendo a Gaza, vedendo in quelle immagini il tradimento della loro storia.
La scrittrice e sopravvissuta ad Auschwitz, Edith Bruck, ha dichiarato più volte che “nessuna offesa subita può giustificare le offese che oggi Israele fa ai palestinesi”. Queste voci ci ricordano che la memoria può essere una forza di pace e non di vendetta.
Forse, la lezione più profonda che emerge da questo tragico parallelo è che la Memoria non è uno scudo, ma una responsabilità. Essere stati vittime non conferisce l’immunità morale, ma dovrebbe rendere più vigili e intransigenti verso la sofferenza altrui. Se così non fosse, la ferita di Auschwitz rischierebbe di diventare, come temeva il teologo Metz, “inguaribile” non per il dolore subito, ma per l’incapacità di generare una nuova umanità.
Quando un bambino di cinque mesi come Saqr Badr Al Hatto muore sotto le bombe a Gaza, o quando un bambino di dodici anni viene ucciso mentre gioca, la domanda non è solo politica, ma etica e storica. Il fantasma della Shoah non aleggia su Gaza per un facile confronto, ma per ricordare a tutti, ebrei e non, che il valore della vita è universale e che tradirlo, anche in nome della propria sopravvivenza, significa perdere quella stessa umanità per cui si è combattuto. E che, oggi come ieri, sono le ideologie di estrema destra, nazionaliste e suprematiste a seminare morte, ovunque esse si trovino, a Gerusalemme come a Berlino.
Ed è forse questa la lezione più tradita. Nell’ultima, straziante scena del film Schindler’s List, Oskar Schindler piange davanti all’anello che i suoi operai ebrei gli hanno donato. Sopra, è incisa una frase del Talmud: “Chiunque salva una vita, salva il mondo intero”. Schindler piange non per orgoglio, ma per rimorso: guarda la sua auto e si dispera di non averla venduta per salvare un ebreo in più. Poteva fare di più. Doveva fare di più.
Oggi, quella frase dovrebbe pesare come un macigno su ogni coscienza. Perché se è vero che salvare una vita significa salvare un intero universo, allora lasciare che 20.000 bambini vengano uccisi a Gaza non è solo un crimine di guerra. È l’annientamento di 20.000 mondi. Un popolo che ha conosciuto il significato profondo di quelle parole incise sull’oro non può oggi rispondere trasformando il dolore in macerie. La memoria non è un privilegio: è un dovere. E quando diventa scusa per l’indifferenza, allora la Storia, quella vera, ci giudicherà tutti come Schindler giudicò sé stesso: colpevoli di non aver fatto abbastanza.
Marco Monetini



