Non è questione di karma

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È piuttosto il possibile logorarsi di un sistema consolidato, dove per anni il ricorso frequente alle aule giudiziarie ha rappresentato anche uno strumento di pressione verso chi dissentiva

Molti sapevano, molti osservavano, pochi parlavano apertamente. Non per assenza di opinioni, ma per il timore concreto di entrare in un circuito fatto di querele, tribunali, spese legali e lunghi tempi di difesa.

Oggi però il quadro cambia, perché quando una vicenda approda nelle carte di una Procura, il dibattito non resta più confinato alle impressioni personali, ma entra nel terreno dei fatti giudiziari, dove resta centrale il principio della presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.

Le contestazioni riportate nell’indagine sono gravi: messaggi, chat, espressioni offensive, ipotesi di stalking di gruppo, una dinamica che — se confermata — aprirebbe interrogativi non soltanto giuridici ma anche etici.

Il punto vero non è il singolo insulto, pur pesantissimo. Il punto è capire se dietro anni di scontri personali e denunce reciproche vi sia stato un clima costruito sulla delegittimazione sistematica dell’avversario.

Perché quando il linguaggio scivola da confronto professionale a aggressione personale, il confine cambia natura.

E forse oggi il vero tema non è chi abbia parlato più forte, ma chi abbia creduto di poterlo fare senza che nulla cambiasse.

Se il cosiddetto vaso di Pandora si sta aprendo, saranno gli atti a dire fin dove arriva la responsabilità e dove invece finisce il rumore.

Il resto appartiene alla giustizia, non alle tifoserie.

cav. Giuseppe PRETE