C’è un’immagine precisa che per decenni ha accompagnato il rapporto degli europei con la Germania: quella di un Paese dove le cose funzionano. I treni in orario, le strade ampie e scorrevoli, le fabbriche che non si fermano, l’amministrazione pubblica che risponde, il rigore civico della sua popolazione, la cultura del rispetto delle regole. Un’efficienza quasi ontologica, incorporata nell’identità nazionale teutonica: il Wirtschaftswunder, il miracolo economico del dopoguerra trasformato in carattere permanente, in destino ineluttabile.
Una forza uguale e contraria al terribile decennio nazista: come se la storia avesse preteso dalla Germania una restituzione, e la Germania avesse pagato in produttività, precisione, ordine.
Eppure, chiunque metta oggi piede in Germania si accorge che quel Paese non esiste più; ammesso che sia mai esistito davvero. Quello che si incontra è invece un Paese che mostra i segni di una crisi strutturale profonda, impossibile da nascondere dietro le vetrine dei mercatini di Natale o nelle accoglienti e allegre Brauhaus di quartiere.
A ben vedere, i segnali di questa crisi erano sempre stati visibili. Perché il tedesco è così: al minimo sopraggiungere di un cambiamento in negativo, si chiude a riccio. Non esce, non spende, evita i ristoranti, riduce le uscite e si ritira nella vita domestica. Gli unici due strappi che si concede: l’automobile – in Germania quasi un’entità sacra, degna di figurare nello stato di famiglia – e le due settimane di ferie estive. Un atteggiamento che abbiamo potuto osservare con chiarezza negli anni difficili del post-Covid. Ma ora nemmeno questo sembra più garantito. Perché la Germania soffre, maledettamente, e soprattutto in silenzio.
Gianvito Pipitone



