Meloni avrebbe una via diretta per risollevarsi, dimostrandosi donna di Stato e non boss di partito
Ammettere che è stato un errore mettere mano alle regole comuni con spirito di fazione e in modo unilaterale.
E dire che l’unica riforma della giustizia possibile, alla luce della netta prevalenza del No, si può fare mettendo attorno a un tavolo governo e opposizione (insomma, il Parlamento), e senza escludere dalla discussione la magistratura, parte in causa.
Spiazzerebbe, con una sola mossa, l’opposizione, oggi legittimamente giubilante, e la cosiddetta “magistratura politicizzata”, chiedendo loro: a questo punto, visto che io da sola non ce l’ho fatta, mettetevi in gioco e ditemi voi che cosa dobbiamo fare per migliorare la giustizia in Italia.
Ma non lo farà. È troppo convinta non solo del suo carisma, anche del ribaltamento “rivoluzionario” dell’assetto repubblicano, che lei e i suoi considerano greve e illegittimo per congenita insofferenza al Dna antifascista della Repubblica.
L’intera storia di questo governo, a partire dall’accaparramento forsennato dei posti di potere e di sottopotere, come se si trattasse di espugnare palazzi occupati da usurpatori, dimostra una incapacità quasi patologica di accettare la convivenza e il confronto.
Se una delle tare indubbie della storia repubblicana è stato il vizio consociativo, dopo questo voto è sotto accusa il vizio dissociativo del melonismo, il suo porsi come deus ex machina non avendone né il carisma né (oggi possiamo dirlo) il peso elettorale.
Da soli, soprattutto se supportati da una cerchia di mediocri e di ossequenti, si può illudere un Paese per un paio d’anni. Alla lunga, il Paese si scopre meno angusto, più largo e più irrequieto. Quasi come sono le democrazie.
Michele Serra



